Che cos’è il Jazz per me? Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

Che cos’è il Jazz per me? Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

Intervista al sassofonista Fabio Tiralongo, a margine dell’uscita di Raila (ed. Jazzy Records), suo primo album da leader.

Incontriamo Fabio Tiralongo, sassofonista e compositore Jazz di cui proprio in questi giorni l’etichetta Jazzy Records pubblica RAILA, suo primo album da leader. In questo lavoro è coadiuvato al pianoforte da Giovanni Mazzarino, uno dei suoi maestri e mentori,  e da un quintetto formato da alcuni fra i più talentuosi musicisti della nuova scena Jazz siciliana: Riccardo Grosso (contrabbasso), Alessandro Borgia (batteria), Andrea Iurianello (sax baritono) e Alessandro Presti (tromba). RAILA è l’antico nome di Avola, la città “esagonale” dove Tiralongo è nato e cresciuto muovendo i primi passi di musicista nella banda, una terra ricca di storia, bellezze e contrasti che ha ispirato le composizioni di questo lavoro. I sei brani originali più uno standard (It could happen to you) tracciano un territorio  in cui poliedricità ritmica e stilistica riflettono una musicalità fresca e ispirata, rispettosa di un’estetica che pone l’eleganza, il senso della frase e la costruzione del dialogo fra i suoi asset principali. Il CD  è particolarmente curato anche per quanto riguarda la veste grafica e la cartotecnica, che incorniciano gli splendidi ritratti del fotografo Paolo Galletta, artista a cui Jazzy Records affida da anni il racconto dei suoi progetti artistici più importanti.

Fabio Tiralongo in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Il tuo primo lavoro discografico da leader, dal titolo “RAILA” (Jazzy Records, 2022), è un tributo alla tua città d’origine, Avola. Ci racconti il perché di questa dedica e come hai sviluppato il concept musicale del disco?

Questo disco parla di un percorso di vita nato e sviluppatosi in musica. Ho voluto omaggiare la mia terra e le molteplici realtà che la compongono, che hanno contribuito alla mia formazione e a cui devo molto. Credo che ricordare e raccontare le proprie radici sia fondamentale per la costruzione di un percorso artistico solido. La mia terra, e le persone che qui ho incontrato, mi ha fornito e fornisce le basi che sostengono e rafforzano la mia identità umana e musicale. E per quanto le composizioni presenti in questo disco nascano dal bisogno di sublimare urgenze personali, in ciascuna di esse sono presenti riferimenti e tracce di luoghi e cammini. Ispirato tanto dai miti di sempre, come Coltrane, quanto dalla musica popolare, mediterranea e celtica, e dal vissuto, ho quindi composto sei tracce che raccontano un percorso di vita. La settima, invece, arrangiamento di “It could happen to you”, vuole essere uno stimolo alla contaminazione: questa improvvisazione libera, infatti, riconosce ciò che è stato e si ‘lancia’ verso il domani che verrà.

Parliamo delle tue composizioni: che cosa ti ispira, quali sono i tuoi riferimenti musicali e culturali in generale? In che modo lavori alla tua musica?

Le mie composizioni sono legate alla realtà. Parlano di ciò che vivo e conosco. Sono ‘scatti’ del quotidiano, personale o altrui, tradotti in musica. L’aver vissuto a contatto con la natura, ad esempio, mi ha permesso di scrivere Greenwood: le sensazioni provate hanno suscitato in me l’urgenza di tradurre in musica l’impressione del momento. Per cui, potrei tranquillamente annoverare l’impressionismo tra i miei riferimenti principali. Vorrei poi citare Coltrane, Gerry Mulligan e Chet Baker – che mi hanno fatto appassionare al Jazz, galeotto l’album “Pianoless Quartet”. Ma i generi che apprezzo e da cui traggo ispirazione sono vari, così come i bisogni sublimanti che mi conducono alla pagina bianca. Non potrò mai dimenticare l’apporto dato dalle operette ascoltate da bambino con mio nonno o l’aver suonato con la banda musicale del mio paese, una palestra insostituibile di apprendimento e ascolto.

L’album vede una formazione ampia che consente interessanti soluzioni a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento. Oltre a un featuring importante come Giovanni Mazzarino al pianoforte, hai convocato giovani musicisti tutti siciliani. In che modo hai scelto i tuoi compagni di viaggio?

La visione comune. La visione comune di suono e la personale stima verso gli artisti che hanno collaborato al disco hanno portato alla formazione che ascolterete. Inoltre, provenendo da un ambiente orchestrale, per me è naturale circondarmi di persone che permettono una composizione ampia e articolata – fondamentale per comporre brani con molteplici colori. Credo che questo gruppo rappresenti il ‘meglio’ dal punto di vista umano e artistico.

Il feat di Giovanni Mazzarino, poi, è stato per me un immenso onore. E non solo per la sua grandezza musicale. Per me, Mazzarino rappresenta un simbolo forte del Jazz, siciliano e non: ha girato il mondo e, nonostante le infinite sollecitazioni, ha comunque scelto di dare ascolto alle proprie origini culturali e musicali.

Giovanni Mazzarino e Fabio Tiralongo in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Che cosa significa per te essere siciliano? In che modo influisce sul tuo modo di fare musica?

Credo che la sicilianità sia un modo d’essere e vivere e guardare il mondo. Per me significa coniugare i tempi e le culture tutte. Accogliere il vecchio e il nuovo con sguardo aperto e sincero. Lasciarsi influenzare, contaminare dalle esperienze altre e dai mondi altri. Credo che la sicilianità sia un dono e che maturi in noi e con noi.

Nella tua biografia scopriamo che hai partecipato a 13 album come sideman e hai all’attivo importanti collaborazioni: Andy Sheppard, Giovanni Mazzarino, Javier Girotto, Paolo Silvestri, Mario Biondi, Fabrizio Bosso, Billy Cobham, Paolo Fresu, Daniela Spalletta, Rita Botto, Mannarino, Roy Paci. Raccontaci qualcosa di queste esperienze.

È così. Ho avuto la fortuna di poter collaborare con tanti grandi artisti, e alcune collaborazioni sono avvenute grazie all’Orchestra Nazionale Jazz Italiana. Queste esperienze sono state degli incredibili viaggi tra i generi che hanno contribuito enormemente alla mia formazione. E ogni artista con cui ho lavorato mi ha lasciato un’impronta di sé, una traccia umana e professionale importantissima – per cui non smetterò mai di essere grato.

A dispetto della tua giovane età, hai già sviluppato una solida esperienza anche come didatta. Che cosa pensi dei bambini e dei ragazzi che si affacciano allo studio e della musica oggi? Noti delle differenze rispetto alla tua generazione in termini di approccio allo studio, di aspettative?

Da qualche anno ho l’occasione di insegnare a bambini e ragazzi di varie realtà siciliane. Ne sento fortemente la responsabilità e credo sia un’attività necessaria, in particolare per i tempi in cui viviamo. Sempre meno ragazzi, per varie ragioni, studiano o possono studiare musica per cui è importante cogliere le occasioni esistenti per stimolare l’interesse, la curiosità dei più giovani e aiutarli a trovare il loro suono. Ci vorrebbe più musica per le strade, più generi di “nicchia” per i quartieri. Credo fermamente che se il quotidiano fosse inondato di musica, se le persone avessero la possibilità di avere nelle loro vite strumenti musicali e arte, il peso della musica nelle loro esistenze e nel nostro Paese cambierebbe radicalmente – e ne potremmo beneficiare tutti.

Il tuo disco esce con un’etichetta particolare, la Jazzy Records, nota per pubblicare solo alcuni progetti affini a un “certo” modo di intendere la musica e l’arte. Com’è nata questa scelta?

Creatività, emozione, dedizione ed entusiasmo sono parole chiave che abbiamo in comune. Il Jazz non è semplicemente un genere musicale, è un modo di vivere, di intendere il mondo. Per questo sono molto felice che il mio disco sia tra le nuove proposte della Jazzy Records, che ho sempre ammirato e stimato. L’etichetta vive il Jazz ricordando le proprie origini ed è quel che cerco di fare anche io. Non poteva esserci scelta diversa o migliore.

Che cosa significa per te la parola Jazz, oggi?

Significa più cose. Cura e conoscenza, ad esempio, e avere gli strumenti per esprimersi al meglio. Ma credo anche che il Jazz sia condivisione, contaminazione, qualcosa cui tendere, che rumorosamente crea armonia e unione – di corpi, sentimento, tradizione e aspirazioni. Un modo di esistere, essere, vedere e vedersi. Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

RAILA – Fabio Tiralongo feat Giovanni Mazzarino

Edizioni ©Jazzy Records

La copertina dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Fabio Tiralongo, sax tenore e soprano, composizioni
Giovanni Mazzarino, pianoforte
Riccardo Grosso, contrabbasso
Alessandro Borgia, batteria
Andrea Iurianello, sax baritono
Alessandro Presti, tromba
Le Linee di Piero Manzoni e la Linea di Osvaldo Cavandoli in mostra alla Galleria Clivio di Milano dal 26 maggio al 30 giugno

Le Linee di Piero Manzoni e la Linea di Osvaldo Cavandoli in mostra alla Galleria Clivio di Milano dal 26 maggio al 30 giugno

Comunicato stampa

 

MILANO – Una mostra dedicata alle Linee di Piero Manzoni e alla Linea di Osvaldo Cavandoli, aperta al pubblico da giovedì 26 maggio a giovedì 30 giugno negli spazi della Galleria Clivio, a Milano (il 25 maggio alle ore 18 è in programma l’inaugurazione a inviti).

La caratteristica di questa mostra, curata da Anna Dusi e Flaminio Gualdoni, è instaurare un dialogo a distanza tra Piero Manzoni e Osvaldo Cavandoli, autori entrambi, in modi diversi, di un lavoro specifico sul tema della linea. Piero Manzoni (1933-1963), pioniere dell’arte concettuale, ha concepito nel 1959 le Linee, opere in cui una linea tracciata in orizzontale su rotoli di carta di lunghezza variabile è arrotolata e poi chiusa in cilindri sigillati: ciò che importa è la pensabilità della linea assai più della sua ragione fisica. Osvaldo Cavandoli (1920-2007) ha creato il celebre personaggio della Linea nel 1969, come proposta per il Carosello della RAI: era un cartone animato realizzato con un unico tratto di matita continuo, una situazione in cui la linea tracciava il personaggio, il luogo e il tempo della sua azione. L’anticonvenzionalità del progetto incontrò dapprima molte resistenze, fino a quando un imprenditore illuminato, Emilio Lagostina, ne fece il brand della sua azienda, garantendole un successo durato per tutti gli anni ’70 e ’80: la creatura ingenua e irascibile di Cavandoli è diventata, di fatto, una figura dell’immaginario collettivo.

La mostra allestita presso la Galleria Clivio fa incontrare due concezioni diversissime, ma entrambe radicali e vitali, nate da un elemento grafico essenziale che si carica di implicazioni poetiche e ironiche. Per Manzoni, si tratta di ridurre l’atto elementare del segnare al suo fondamento primo, in grado comunque di pronunciare la realtà. Per Cavandoli, si tratta, invece, di trasformare l’elemento narrativo dell’animazione nel piano stesso di realtà della visione, dando un nuovo valore all’artificio disegnativo.

Piero Manzoni

Scrivania Cavandoli

Osvaldo Cavandoli dipinge la Linea sull’asfalto

Spiega Anna Dusi, curatrice della mostra insieme a Flaminio Gualdoni: «Un suono onomatopeico riverbera nella mia mente quando penso a Piero Manzoni e Osvaldo Cavandoli, due personaggi che hanno dato un nuovo senso al linguaggio dell’immagine. Vogliamo invitare gli spettatori ad un incontro fatto di interrogativi, di frasi sospese e di linee astratte, dando un senso immaginativo e poetico all’opera di Manzoni e Cavandoli». Aggiunge Gualdoni: «Il senso di questo allestimento non è cercare affinità tra i due autori, ma testimoniare come l’elemento più essenziale dell’arte, la semplice linea, abbia dato vita a esperienze diverse, ma caratterizzate da una straordinaria carica innovativa».

In concomitanza con la mostra saranno organizzati alcuni eventi collaterali, a cominciare dai laboratori creativi dedicati ai più piccoli, per sperimentare idee, emozioni e movimento delle linee. Il tutto avverrà presso lo Studiocine Cavandoli di via Prina 10, a Milano, lo spazio in cui Osvaldo Cavandoli ha creato i suoi indimenticabili personaggi (nei mesi scorsi è stata lanciata una raccolta fondi da parte dell’associazione di promozione sociale Le Compagnie Malviste con l’obiettivo di riqualificarlo e trasformarlo in uno spazio policulturale aperto a tutti). Ideati da Daniela Migotto e Francesca Valan, i workshop sono gratuiti e indicati per bambini dai 6 ai 10 anni di età.

Infine, dal 6 all’8 giugno, presso la Casa delle Associazioni e del Volontariato di Milano, è in programma un laboratorio teatrale intitolato “Il divenire della Linea“ e rivolto ad attrici e ad attori dai 20 ai 40 anni di età. A dirigerlo, il regista, attore e performer Raffaello Fusaro. I partecipanti verranno coinvolti in una ricerca fisica, espressiva, mimica, vocale ed emotiva intorno al personaggio immaginario di Cavandoli. 

La Moviola dello Studio Cavandoli

Le Linee – Piero Manzoni
La Linea – Osvaldo Cavandoli

Dove

Galleria Clivio, Foro Buonaparte 48, Milano.
Tel: 023657360-3385479433. Email: galleria@clivioarte.it

Quando

Inaugurazione: mercoledì 25 maggio, ore 18.00.
Apertura al pubblico: dal 26 maggio al 30 giugno (da martedì a sabato, ore 14.00-18.00)

Ingresso Libero

Laboratori per bambini presso lo Studiocine Cavandoli

Dove

Via Prina 10, Milano

Quando

Venerdì 27 e lunedì 30 maggio, venerdì 10 e venerdì 17 giugno, ore 16.30-18.00

Informazioni e prenotazioni

Tel. 3518009578 – Email: comunicazione@lecompagniemalviste.org

Workshop teatrale “Il divenire della Linea”

Dove

Casa delle Associazioni e del Volontariato, via Marsala 8, Milano

Quando

Da lunedì 6 a mercoledì 8 giugno, ore 9.30-17.00

 

Partecipazione gratuita; è previsto un contributo spese, inclusivo di tessera associativa ed assicurazione, pari a 50 euro. 
Inviare la propria candidatura con CV e lettera motivazionale entro il 30 maggio a: lalineaworkshop@studiocinecavandoli.com

Per info:

Ufficio stampa Le Compagnie Malviste
Andrea Conta – cell: 347 1655323
Beatrice Canclini – cell: 334 5043896
Email: andrea.conta1968@libero.it; comunicazione@lecompagniemalviste.org
www.lecompagniemalviste.org
www.facebook.com/lecompagniemalviste
www.instagram.com/lecompagniemalviste
Al via una raccolta fondi per far rivivere a Milano lo studio di Osvaldo Cavandoli, il cartoonist che inventò La Linea

Al via una raccolta fondi per far rivivere a Milano lo studio di Osvaldo Cavandoli, il cartoonist che inventò La Linea

La Linea e Osvaldo Cavandoli

Comunicato stampa

 

Disegnatore, illustratore, cartoonist, grafico e regista, Osvaldo Cavandoli diventò famoso inventando La Linea, il personaggio di alcune indimenticabili pubblicità degli anni Sessanta e Settanta. Per tutto il 2022 sarà attiva una campagna  di crowdfunding che ha l’obiettivo di riqualificare il suo studio milanese e trasformarlo in uno spazio aperto a tutti, dove verranno organizzati laboratori creativi per grandi e piccoli, incontri, visite guidate, proiezioni speciali, spettacoli teatrali, mostre e concerti. Mantenendo viva, così, la memoria di un artista stimato e premiato in tutto il mondo.

MILANO – Far rivivere e valorizzare lo Studiocine Cavandoli di Milano, lo spazio nel quale Osvaldo Cavandoli, il disegnatore, illustratore, cartoonist, regista e grafico pubblicitario che inventò La Linea, il famoso personaggio utilizzato in alcune indimenticabili réclame degli anni Sessanta e Settanta e poi in una fortunata serie animata, ha lavorato a lungo. Come? Aprendolo al pubblico in modo continuativo all’inizio del 2023 e organizzando attività di vario tipo, dai laboratori creativi per bambini e adulti alle visite animate, dalle serate-cinema con proiezione di film, cortometraggi, cartoni animati e pubblicità d’epoca all’allestimento di spettacoli teatrali, mostre, concerti ma non solo.

Promotori dell’iniziativa sono il figlio Sergio, proprietario dello studio, la curatrice Anna Dusi, Andrijana Ružić, storica dell’arte d’animazione, Eric Rittatore, blogger esperto in animazione, Piero Tonin e Giovanni Beduschi, fumettisti e allievi di Cavandoli, e Le Compagnie Malviste, associazione di promozione culturale e sociale impegnata in progetti di rigenerazione urbana ma anche realtà specializzata nel teatro sociale e di comunità, con un’attenzione particolare alle persone fragili.

Per rendere accessibile e fruibile da tutti, a Milano, uno dei luoghi della cultura che, altrimenti, rischierebbe di essere dimenticato, nelle scorse settimane è stata lanciata una campagna di crowdfunding (www.retedeldono.it/it/progetti/lcm/cavandolis-studio-visit). La raccolta fondi, che si concluderà il prossimo dicembre, ha l’obiettivo di raccogliere 16.500 euro. 

La donazione è libera e con un contributo di almeno 20 euro si riceveranno in regalo simpatici ed esclusivi gadget come gli adesivi, le spillette, i block notes e gli shopper “griffati” La Linea di Osvaldo Cavandoli, conosciuto semplicemente come “Il Cava” e considerato da molti studiosi come uno dei più importanti cartoonist italiani della sua epoca. Ma soprattutto si contribuirà alla realizzazione di un importante progetto culturale, mantenendo viva la memoria di un artista (scomparso nel 2007) che si definiva un “artigiano dell’umorismo” e che era molto apprezzato anche all’estero.

Ingresso e corridoio

Banco ripresa

Scrivania Cavandoli

Scrivania

Moviola

Nello spazio di via Prina 10, a Milano, a due passi dalla sede Rai di corso Sempione, Osvaldo Cavandoli, oltre al personaggio La Linea, ha creato Pupilandia, rivoluzionario studio d’animazione specializzato nella realizzazione di pubblicità con i pupazzi animati, i film con i fratelli Pagot, meravigliose grafiche pubblicitarie, fumetti, opere in legno e molto altro. Il suo studio è uno scrigno di cultura, dove sono conservati i lavori di una vita: tavole, vignette, manifesti cinematografici, bozze pubblicitarie, dépliant, pellicole inedite, pupazzi, attrezzature tecniche, animazioni, ricordi, riconoscimenti e premi. Un archivio che attende di essere valorizzato e condiviso con un pubblico di curiosi e appassionati. Un luogo dove ognuno potrà ritrovare parte della propria storia personale e molti ricordi d’infanzia, ma che necessita di cure e interventi di riqualificazione, come spiega Sergio Cavandoli: «Lo studio ha bisogno di manutenzione continua. Inoltre ci sono anche alcuni strumenti di lavoro di mio padre, come il moviolone, che necessitano di cure specialistiche. Per non parlare dei pupazzi, dei manifesti, dei bozzetti, delle tavole, degli oggetti di scena di Pupilandia e delle decine e decine di pellicole che andrebbero riversate su supporti più moderni».

Incontri, laboratori e visite guidate allo Studiocine Cavandoli sono in agenda anche nelle prossime settimane allo scopo di incentivare le donazioni (il programma degli appuntamenti, in continuo aggiornamento, è consultabile sul sito www.lecompagniemalviste.org). Alvise Campostrini, presidente dell’associazione Le Compagnie Malviste, sottolinea: «Rendere fruibile lo studio di Osvaldo Cavandoli significa restituire un tassello mancante al quartiere, alla città e ai suoi abitanti, valorizzando al tempo stesso l’opera di un artista che, ancora oggi, ha una grande influenza. La fruibilità dello studio di Osvaldo Cavandoli potrebbe far riscoprire l’antica vocazione artigianale di una zona che, negli ultimi decenni, ha subito una forte gentrificazione e che ha visto moltiplicarsi le attività commerciali dedicate al food & drink. La valorizzazione di questo luogo della cultura aumenterebbe l’attrattività del quartiere. Fino alla fine del 2022 continueremo a raccogliere fondi, ma se ricevessimo un numero significativo di donazioni entro la fine di gennaio potremmo vincere un premio ulteriore in denaro da parte della Rete del Dono, la piattaforma digitale di personal fundraising alla quale ci appoggiamo, grazie al Premio Crowdfunding per la Cultura». 

Già, il quartiere. I responsabili del progetto mirano a coinvolgere gli abitanti del Municipio 8, ma pure gli studenti di ogni ordine e grado (scuole dell’obbligo, istituti artistici, professionali e così via), i turisti, i centri di aggregazione giovanile, le attività commerciali del territorio e, organizzando laboratori artistico-teatrali specifici, anche le persone più fragili, come gli utenti dei Centri psicosociali e socioricreativi per anziani di Milano, le persone affette da patologie quali, per esempio, l’Alzheimer, i loro caregiver e i loro familiari.

Interno Studiocine Cavandoli di Milano

Per contribuire al progetto

Campagna di crowdfunding su Rete del Dono

Per info

“Le Alpi” di Paolo Borghi raccontano la natura del Festival cremasco I Mondi di Carta

“Le Alpi” di Paolo Borghi raccontano la natura del Festival cremasco I Mondi di Carta

Tenuta segreta fino al momento dell’inaugurazione della storica kermesse dedicata al tema “La natura ci salverà?”, la scultura resterà esposta fino al 17 Ottobre in Piazza Duomo.

“Le Alpi” di Paolo Borghi (Foto: Rachele Donati De Conti)

È stata un’inaugurazione a regola d’arte per I Mondi di Carta Festival, la kermesse multiculturale cremasca che sabato due ottobre scorso ha salutato la sua nona edizione, in programma fino a domenica dieci. Lo ha fatto reiterando un rituale originale, un’idea preziosa che illumina tutta la manifestazione con i bagliori della bellezza, ossia regalare alla città di Crema, anche se solo per pochi giorni, una scultura realizzata da un artista importante, un’opera che possa essere al tempo stesso sintesi e simbolo  del tema, del “fil rouge” che guida il concatenarsi dei singoli eventi e che quest’anno è affidato al quesito: “La natura ci salverà?”.

“Un tema sfidante, così come lo sono stati gli ultimi due anni a livello globale e per la comunità di Crema, tanto duramente messa alla prova da una pandemia con strascichi ancora seri e che sta dimostrando quanto  la Terra sia un tutto interconnesso in cui i comportamenti dei singoli sono importanti al pari delle scelte strategiche delle Nazioni e dei loro governanti”, sottolinea il Presidente dei Mondi di Carta Enrico Tupone, ideatore della manifestazione figura di riferimento per tutto il gruppo dei soci.

Ed è stato proprio lui, supportato dalla figlia Isabella Tupone direttrice della galleria milanese Area\B e in collaborazione con Studio Copernico, a selezionare la magnifica veduta bronzea “Le Alpi” dell’artista Comasco Paolo Borghi e a tenere tutti all’oscuro di questa scelta fino al momento stesso dell’inaugurazione, quando il drappo rosso che la copre viene sollevato e rivela quindi il segreto così ben custodito. La “possente leggerezza” dell’opera di Borghi lascia tutti stupiti: è quasi come affacciarsi, in piena Piazza Duomo, da una terrazza a centinaia di metri di altezza. 

Paolo Borghi impara dal padre, abile orafo e cesellatore, l’arte della lavorazione dei metalli.  A partire dal 1958, si dedica completamente alla scultura, scegliendola come mezzo espressivo principale. Intorno al 1980, scopre la sua vera anima artistica, che affonda le sue radici nel classicismo delle forme, nell’indagine del mito e del sacro. Nel corso degli anni il suo lavoro diventa protagonista di importanti mostre e grandi committenze, alcune sue opere si trovano in permanenza al Mola Center di Los Angeles, in Texas, in Corea, sue sono anche le magnifiche porte in rame sbalzato della Basilica dei Santi Pietro e Paolo, a Milano, sua è la nuova monetazione del Vaticano e le innumerevoli opere di ispirazione sacra che adornano chiese e piazze italiane. “Le Alpi” è una fusione in bronzo realizzata nel 2003, che di recente è stata esposta presso l’incredibile contesto della Reggia di Venaria, a Torino, e arriva oggi a Crema, nell’altrettanto meravigliosa Piazza Del Duomo.  “Le Alpi”, nel racconto dell’artista, usa il tramite di queste figure di ispirazione etrusca, per riprodurre il paesaggio alpino che l’artista vede dalla finestra del suo studio, che si trasforma qui in due soggetti uniti fra loro, quasi a formare un una figura unica, e fortemente radicati a terra, proprio come la maestosa catena montuosa che li ha ispirati. La forza suprema della natura è sintetizzata in una scultura dettagliata, a tratti delicata nei suoi particolari, ma assolutamente concreta e destinata a perdurare nel tempo, anche davanti alle intemperie del mondo. Con “Le Alpi” Borghi ragiona sul paesaggio che diviene corpo e sul corpo che diventa paesaggio. Costruisce mondi, assembla diversi momenti di un’esistenza e recupera i riferimenti di un’antichità che non smette di interessare e ispirare gli intelletti. L’attenzione per le vicende umane si consuma insieme a quella per la natura che diviene elemento parlante. I corpi distesi in riposo di due amanti fanno da preambolo allo svolgere dei rilievi montani: come gli dei che, stanchi, hanno da poco originato un intero universo.

Fonte: Pagina Facebook “I Mondi di Carta”

“Le Alpi” di Paolo Borghi (Foto: Luca Severgnini)

L’opera resterà esposta in Piazza Duomo a Crema per due settimane, fino al 17 Ottobre e sarà l’occasione per tutti per ammirare da vicino l’opera di un artista tanto importante quanto appassionato. Vegliato dalle due figure bronzee, I Mondi di Carta Festival darà corso ai tantissimi appuntamenti in programma negli storici e suggestivi spazi del Sant’Agostino-Museo Civico.  Otto giorni di iniziative, circa venti differenti appuntamenti,  una sfida alle precedenti edizioni, ciascuna unica, particolare, amata e ricordata per ragioni differenti. Letteratura, arte, musica, cucina, benessere e tanto altro: i Mondi continuano ad esplorare e a sorprendere, a inventare e a rischiare. Attesi nomi importanti della letteratura, della musica, della gastronomia della scienza e della comicità, fra cui la scrittrice Antonella Boralevi, il giornalista Mario Calabresi, l’immunologo Alberto Mantovani, il cuoco e conduttore televisivo Andrea Mainardi, il comico Germano Lanzoni. Enrico Bertolino,  formidabile formatore e umorista chiuderà l’edizione 2021 con la sua tagliente, irresistibile ironia. I Mondi di Carta 2021 propongono dunque un palinsesto variegato e ricco di sorprese, a conferma della centralità di Crema e dei suoi operatori culturali come motore di iniziative prestigiose, una vera e propria vetrina di alto livello per il territorio, la sua bellezza, i suoi talenti. 

I Mondi Social

website: www.imondidicarta.it

facebook: @imondidicartaFestival
instagram: imondidicarta_Festival

Foto in evidenza di Luca Severgnini

Inchiostro Festival? Un romanzo, spero con molti sequel

Inchiostro Festival? Un romanzo, spero con molti sequel

Da sinistra a destra: Lorenzo Sartori, Massimo Carlotto, Paolo Panzacchi

Si è conclusa domenica 19 giugno a Crema con un grande successo la terza edizione di Inchiostro, la due giorni letteraria ideata e diretta dallo scrittore Lorenzo Sartori e realizzata in partnership con l’Amministrazione Comunale di Crema. Grande cura e attenzione alla qualità delle proposte hanno caratterizzato anche questo nuovo capitolo di una  kermesse che si contraddistingue  per la piacevole atmosfera informale degli incontri, per la caratura degli autori invitati (sia per quanto riguarda le voci emergenti che per i big) e per la qualità dei conduttori, efficientissime e brillanti  “cinghie di trasmissione” fra gli autori, il loro mondo narrativo e il pubblico. Sara Rattaro, Marco Balzano e Massimo Carlotto hanno fatto delle due serate in CremArena due appuntamenti davvero preziosi perché le presentazioni dei loro romanzi si sono trasformate in immersioni nel tempo reale, per osservare con più lucidità e attenzione la società contemporanea, i nostri comportamenti, i cambiamenti in atto, i fenomeni che stanno caratterizzando le nostre scelte e le nostre vite.
Abbiamo incontrato, “a bocce ferme” o per meglio dire “a pagine chiuse”, il direttore artistico di Inchiostro Lorenzo Sartori e approfondito insieme a lui alcuni aspetti di questa felice esperienza.

Lorenzo Sartori

Terza edizione di Inchiostro. Ti chiedo di fare un bilancio non tanto di questa edizione che è stata un vero successo, quanto del percorso che hai compiuto fin qui, da curatore, insieme al tuo festival.

Il festival è partito nel 2018 ed è subito stata una scommessa, per il sottoscritto che l’ha ideato e per l’amministrazione comunale che ha creduto da subito nel progetto. A Crema erano presenti vari eventi letterari ma non si è mai tenuto un vero e proprio festival, un momento denso di appuntamenti anche in sovrapposizione, dove al lettore è chiesto di scegliere un proprio percorso. Un week end di totale immersione nel mondo dei libri, con la possibilità di conoscere scrittori ma anche editori o addetti ai lavori, perché dietro a ogni libro c’è un mondo ed è giusto che il lettore lo conosca. La scommessa è stata duplice perché si è affiancata al festival una piccola fiera dell’editoria indipendente cosa che ha permesso di animare e valorizzare i chiostri dalla mattina alla sera. Oltretutto credo che sia una delle poche fiere in Italia in cui non sono ammessi editori “a pagamento” (quelli che si fanno pagare dall’autore per pubblicare un libro invece del contrario). Siamo piccoli ma con le idee chiare. La qualità dell’editoria di un paese passa anche attraverso queste piccole ma ferme scelte. Vista la risposta del pubblico direi che entrambe le scommesse sono state vinte.

In che modo selezioni i titoli e gli autori da presentare? Segui un tema o costruisci il programma ascoltando il mercato e i suggerimenti degli editori? Ma soprattutto, come entri in contatto con “dialogatori” così vivaci e competenti? 

Tengo in considerazione vari aspetti. Il pubblico è attratto dai grandi nomi, dagli scrittori affermati che hanno un forte seguito e se ce l’hanno un motivo c’è. Questo motivo sta in quello che scrivono ma anche nel modo in cui lo raccontano, perché mentre la lettura è un momento intimo che riguarda il lettore in modo diretto, senza intermediazioni, la presentazione di quel libro resta comunque un momento performativo e sottostà alle logiche dello spettacolo. Esistono bravi scrittori che però un palco non lo sanno tenere. Quando cerco gli ospiti devo prendere in considerazione quindi anche la capacità di questi autori di intrattenere, di sapere veicolare contenuti interessanti anche a voce. Questo significa andare a vederli prima, seguendo durante l’anno altri festival e presentazioni. Però fama e qualità non sempre vanno di pari passo. Arte e mercato seguono rotte che spesso confliggono. In Italia si legge poco e quindi si premia solo una minima parte degli autori che meriterebbero di essere letti, di solito quelli ben supportati dalle grandi case editrici. Come direttore artistico del festival cerco di dare voce anche agli altri autori, validi ma ancora poco conosciuti, e lo faccio rompendo ogni barriera di genere. Credo che Inchiostro sia uno dei pochi festival che ospiti autori di narrativa contemporanea, di noir, di rosa, di fantasy, di fantascienza senza creare ghetti.

Quanto ai conduttori mi fa piacere che tu abbia apprezzato il loro lavoro. Lo stile di Inchiostro è essere al servizio degli scrittori e serve intelligenza e umiltà quando si dialoga con un autore. Sono fortunato ad avere una bella squadra.

La lettura, l’ascolto e l’approfondimento di tante storie, il confronto delle idee: Inchiostro ha dimostrato anche in questa occasione che le idee coinvolgono il pubblico come e forse meglio di uno spettacolo teatrale, o di un concerto. Eppure i dati sulla lettura di libri e giornali da parte degli italiani sono molto poco incoraggianti. Secondo te qual è il motivo di questa contraddizione? E che cosa si potrebbe fare in concreto per spingere le persone a interessarsi di più alla lettura?

Alla gente piace ascoltare storie. È una cosa che facciamo dall’alba dei tempi, una cosa di cui abbiamo bisogno. Per secoli abbiamo ascoltato storie e solo più di recente abbiamo iniziato a leggerle. Fino agli anni ‘50 una buona fetta della popolazione italiana era analfabeta e se anche impari a leggere a scuola poi ti devi allenare, altrimenti leggere è faticoso, molto. Sei italiani su dieci non leggono neanche un libro all’anno e tra quelli che leggono la maggior parte sono donne, credo ci sia un rapporto di tre a uno, se non di quattro a uno. Se teniamo conto che la classe dirigente di questo paese è composta purtroppo in prevalenza da uomini non è assurdo ipotizzare che una buona fetta delle persone che prendono decisioni in Italia, decisioni da cui dipendono i destini di altri individui, non legga e quindi non conosca. La scuola ha sicuramente un ruolo importante in questa battaglia ma spesso vengono proposti i libri sbagliati e nel modo sbagliato. Imposti. La lettura è un piacere, un piacere che ti allarga la mente, che ti fa vivere altre vite e viaggiare in altri spazi e in altri tempi. Ma richiede un po’ di fatica se non si è allenati, se non si è stimolati a farlo. E io spero che un festival a questo serva, a dare stimoli.

Se Inchiostro festival fosse un libro, che genere sarebbe, e perché?

Direi sicuramente una raccolta, per la varietà della proposta. O un romanzo che attraversa vari generi letterari. Mi auguro con molti sequel.

Da sinistra a destra: Lorenzo Sartori, Massimo Carlotto, Paolo Panzacchi

“Unstoppable soul”: corto, ma intenso

“Unstoppable soul”: corto, ma intenso

Il senso profondo e invisibile dei legami familiari nell’ultimo lavoro del regista Claudio Proietti

Claudio Proietti, romano, è scrittore, sceneggiatore, regista, autore di cortometraggi e di commedie teatrali, nonché produttore. È stato anche allievo dello sceneggiatore Leo Benvenuti, che ha scritto per registi del calibro di Mario Monicelli e Sergio Leone. 

Lo abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo lavoro, il corto “Unstoppable Soul” che racconta il legame salvifico tra un padre e una figlia oltre i confini dello spazio/tempo: Giulio è un papà che ha sacrificato la sua esistenza per seguire la propria vocazione e Sara è una figlia che deve scoprire la propria. Un incontro tra anime inarrestabili.

Ciao Claudio, grazie per questa intervista e complimenti per il film.

Innanzitutto vorremmo sapere come mai hai scelto di realizzare un corto e non un lungometraggio.

Vorrei dare una risposta filosofica, ispirata. In realtà il discorso è sempre lo stesso: il budget. Inoltre, fare un lungometraggio, anche se a basso costo, prevede una serie di passaggi che in quel momento non era possibile fare. Ora sarebbe diverso.  

Il film è scritto, prodotto e diretto da te, immagino sia tua anche la scelta dei due bravi attori Valeria Zazzaretta e Duccio Camerini. Hai dovuto fare molti provini o avevi già l’idea di coinvolgere loro?   

Sono due bravissimi attori, hanno dato ai personaggi qualcosa di magico e incredibilmente realistico. A volte, come in questo caso, le cose accadono molto semplicemente: li ho contattati proponendogli la sceneggiatura e loro hanno accettato con entusiasmo.

Il tuo corto tocca argomenti come il rapporto con le figure genitoriali, il lutto, la nostalgia, la difficoltà di trovare la propria strada e la propria vocazione; quando è nata l’idea per il film? Era nel cassetto come era capitato per il tuo romanzo il Barbiere oppure è frutto di questi tempi?

È difficile stabilire il momento esatto in cui una storia viene concepita: certe vicende ci abitano dentro chissà da quanto tempo, magari si nascondono, cambiano volto. Ma stanno lì. Poi qualcosa accade. Sicuramente una parte di me, ad un certo punto, ha deciso che dovevo scriverla e girarla: mi son sempre sentito un tramite, mi lascio guidare da una storia, da un personaggio, li lascio prendere vita quando decidono che è il loro momento, tutto qui.

Il tema della vocazione/talento ricorre sovente nelle tue opere (anche letterarie), tu in particolare ne hai molti: sei scrittore, sceneggiatore e regista. Qual è il ruolo in cui ti senti più a tuo agio?

Non saprei. Una volta mi cercavo, provavo a definirmi e questo mi creava malessere. Capisco che per la società attuale le etichette sono necessarie, ma per me non è più così. La vocazione è qualcosa che riguarda tutti noi: meno ci definiamo più veniamo guidati da lei. E questo ci permette di realizzarci. 

Anche il tema dei rapporti tra genitori e figli è un argomento presente in questa e in altre opere… 

È l’unico tema: anche quando parliamo di altre cose, alla fine si riduce tutto a questo. Siamo anche un po’ i genitori di noi stessi: accettandolo, accettiamo di portare avanti la nostra vita. Questo a volte può spaventare, ma nel contempo rende liberi.  

Che obiettivi artistici e professionali ti sei dato nella realizzazione di quest’opera?

Nessun obiettivo: sono stato travolto da qualcosa più grande di me e mi sono reso disponibile.

Attualmente il tuo film è visibile su YouTube. Hai pensato anche ad altri canali distributivi? Quali?

Sì, ma al momento va benissimo così. Volevo trasmettere qualcosa che sentivo e sento profondamente, doveva arrivare a tutti e il più velocemente possibile. Perché non avvalermi di una piattaforma così popolare?

Come è stato accolto dalla critica “Unstoppable soul”?

Finora abbiamo avuto molti apprezzamenti, poi, come è normale che sia, ci sarà chi lo amerà di più e chi meno. Ad oggi è stato abbracciato con molto calore. 

Cosa ne pensi del panorama cinematografico attuale in Italia e qual è la tua visione per il prossimo futuro post pandemia?

Ci sono degli ottimi autori. E poi si sperimenta di più. Il futuro del cinema è quello dell’essere umano, non può essere che così: si indagherà sempre di più su tematiche intime e profonde, usando i vari generi, ovviamente. 

Il rapporto tra i tuoi libri e il cinema sembra forte: hai altri progetti a cui stai lavorando e che vedremo sugli schermi?

Sì. Sto sviluppando delle idee che mi piacciono molto. Ne parlerò prestissimo. Nel frattempo confido nei miei personaggi e nei loro mondi. Decidono loro. E io mi fido.

Ph. Enrico De Divitiis

Scheda del film

Ph. Enrico De Divitiis

Info tecniche:
Anno: 2021
Durata: 8,40 minuti
Formato: Ultra 4k
Audio: Dolby surround
Lingua: italiano
Sottotitoli: inglese
Crediti:
Regista: Claudio Proietti
Produttore: Claudio Proietti
Sceneggiatura: Claudio Proietti
Produttori esecutivi: Massimo Ferrari e Gaia Capurso
Fotografia: Fabio Lanciotti
Montaggio: Gustavo Alfano
D.I.T: Enrico De Divitiis
Operatori di ripresa: Fabio Lanciotti e Flavio Cammarano
Fonico di presa diretta: Roberto (Bob) Colella
Edizioni Musicali: Flipper music
Operatore drone: Flavio Cammarano
Trucco: Silvia Bottan
Cast:

Attore: Duccio Camerini
Attrice: Valeria Zazzaretta

Let’s Start From Here, il sorprendente punto di partenza di Paolo Corsini

Let’s Start From Here, il sorprendente punto di partenza di Paolo Corsini

È uscito recentemente per Jazzy Records, accompagnato da un evocativo videoclip ambientato fra stazioni e aeroporti e realizzato dalla stessa etichetta, l’album del pianista e compositore veneto Paolo Corsini dal titolo “Let’s Start From Here”. “Cominciamo da qui”  non è solo una affermazione, ma quasi un monito ad indicare il costante divenire della musica e della vita.  Compagni di viaggio di Corsini sono il contrabbassista Alessandro Turchet e Luca Colussi, ritmica che brilla per intensità e leggerezza, a proprio agio con il senso delle estetiche Jazz tradizionali, ma guidata da un’ispirazione assolutamente contemporanea. Alessandro Turchet è quasi un alter ego del leader in ambito musicale, un musicista con cui ha condiviso e affinato il percorso di crescita e che in Let’s Start From Here sfocia in una apprezzabilissima sintesi.

Con Luca Colussi ed il suo stile raffinato e viscerale il cerchio si chiude: tre voci distinte che si intrecciano in una unica intenzione corale. La collaborazione come trio si consolida ufficialmente nel 2016, praticando molto la musica di Bill Evans e con la costruzione di un repertorio originale.  Nel 2020 dalla stessa sessione di registrazione vengono alla luce “Segni” a nome e con musica originale di Luca Colussi e “Let’s Start From Here”. Le composizioni contenutene disco sono state scritte in un periodo che va dalla fine degli anni ’90 ad oggi e vi si trovano tutti i rimandi a diverse estetiche delle quali il leader porta la forte influenza e con le quali si è consolidato il sue stile. Comuni’Arti ha incontrato Paolo per approfondire alcuni aspetti di questo lavoro davvero interessante.

Let’s Start From Here evoca un punto di partenza, ma tu non sei un musicista esordiente nel vero senso della parola. Parlaci delle esperienze che più ti hanno formato e che hanno contribuito alla nascita di questo tuo nuovo e interessantissimo lavoro.

L’esperienza più importante è stata avere delle persone intorno a me che mi hanno fatto diventare un musicista. A cominciare da Bruno Cesselli il mio mentore e grande amico che mi ha trasmesso l’amore incondizionato per la musica e poi tutto il circondario di musicisti ed artisti con il quale sono cresciuto e con i quali ho avuto la fortuna di lavorare.

Con Federico Missio ed io ancora “acerbo”, abbiamo condiviso nel 2007 una interessante esperienza discografica nella quale era presente anche Massimo Manzi. Si è creata una bella amicizia che dura tutt’ora tra me e Federico e che ogni tanto ci fa incontrare nuovamente, com’ è successo nel 2014 con l’organico allargato della “Scimmia Nuda” a Udine.

Ho avuto la possibilità di suonare stabilmente per un paio di anni nella Abbey Town Jazz Orchestra, diretta da Kyle Gregory, ho potuto saggiare l’aspetto da musicista “gregario” in un contesto di big band, altamente edificante.

Con Gandhi (Umberto Trombetta) ed i “Fearless Five” esplorammo il mondo della musica di Miles Davis “elettrico” e Joe Zawinul, devo dire in maniera entusiasmante.

Poi ho finalmente incontrato Anna Maria Dalla Valle, grazie a lei ho sviluppato come non avrei mai pensato la mia percezione artistica.

Abbiamo inciso in duo nel 2012 ed è stata un esperienza dalla quale ho imparato moltissime cose riguardo all’interazione, ed al dialogo con un altro musicista.

Arrivò poi il frangente con “Astral Travel” insieme a Tommaso Cappellato, un viaggio nel cosiddetto “spiritual jazz”, anche qui un lavoro in dimensioni molto ampie e più contemporanee.

Infine sempre insieme ad Anna Maria abbiamo sviluppato una nostra passione comune per l’ambito elettronico della drum ’n bass e dei frangenti elettronici inerenti.

Insieme a Dj Enjoy formammo questo trio ibrido “Squirrel Beats” nel quale mescoliamo gli strumenti con l’elettronica pura. In seguito la formazione è divenuta un quartetto solo strumentale con l’adozione però di un linguaggio che può essere più proprio delle “macchine” elettroniche.

Tutte queste esperienze hanno tracciato una via lungo la quale mi sono calato in stili molto differenti tra loro, dal carattere più acustico del solo pianoforte per poi abbracciare pienamente anche tutti i suoi “fratelli” elettrici, come il Rhodes ed i Synth. Sono molto appassionato dalla produzione in questo ambito, ed allo stesso modo dalla dimensione più acustica.

Alessandro Turchet e Luca Colussi, i membri del tuo trio, sono considerati “giovani jazzisti”, ma in realtà già da tempo inseriti nella scena italiana e mitteleuropea; sono artisti preparati, di grande sensibilità e legati a te anche da una grande amicizia. Che cosa apprezzi maggiormente nel loro modo di suonare, qual è il vero apporto che hanno dato alla tua musica?

Quello che apprezzo in Alessandro e Luca è il loro modo di suonare sincero, appassionato, viscerale e per niente artefatto. Hanno una visione artistica molto ben chiara che non lascia spazio ad inutili chiacchiere ed a autoreferenzialità.

Lavorare al repertorio del disco con loro è stato un processo produttivo, non si sono mai comportati da cosiddetti “sideman” facendo ciò che gli veniva richiesto, anche perché non è mai stata mia intenzione farlo. Abbiamo cercato di “indossare” ogni brano e chiunque dei tre ha suggerito modifiche o cambi di direzione qualora ne avvertisse la necessità. Diciamo che non si sono limitati ad eseguire una partitura data loro ma vi ci sono addentrati per renderla propria, così come farebbe un artista degno di questo nome. Ho una stima smisurata nei loro confronti e li ringrazio di cuore per il risultato ottenuto in questa incisione.

L’album è pervaso da un’estetica musicale dalla forte connotazione europea, con influenze ritmiche variegate che afferiscono anche ad esperienze più contemporanee e non strettamente Jazz. I brani, pur strutturati, non sembrano caratterizzati da arrangiamenti particolarmente “scritti”: avevi in mente questo tipo di sound quando sei entrato in studio, o è stato il frutto del “momento creativo” che si è sviluppato insieme ai tuoi compagni in sala d’incisione?

A dire la verità tutto il corpus dei brani è accuratamente intriso di scrittura ed arrangiamento, però la volontà è stata quella di non rendere questa caratteristica così evidente e men che meno pesante all’ascolto. Questo risultato è risultato possibile grazie al modo in cui tutti e tre abbiamo digerito ed interpretato il materiale, in modo da utilizzare estemporaneamente gli elementi presenti in una composizione non come dei percorsi rigidamente prestabiliti ma come dei tracciati sui quali potersi muovere il più liberamente possibile.

La Jazzy Records ha realizzato un videoclip particolare per il brano “By The Way”, che evoca scenari metropolitani, viaggi,  emozioni di “transfer” fisico ed emotivo, incontri e sentimenti in transito. Anche la tua scrittura è molto cinematografica. Il cinema è una tua passione? Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?

La cosa che più mi affascina è la dimensione immaginifica che nel cinema è tecnicamente effettiva mentre nella musica viene evocata dai suoni.

L’ascolto della musica mi porta sempre in una dimensione quasi cinematografica nella quale si susseguono scenari, sensazioni ed emozioni. Si il cinema mi appassiona, soprattutto se capitano delle pellicole che oltre a raccontare una storia tendono a portarmi ad una riflessione o all’esplorazione ed alla scoperta di ambiti intriganti. Anche tutto l’ambito documentaristico mi appassiona, soprattutto se incentrato sulla storia contemporanea e sulla scienza.

In ambito scientifico sono estremamente attratto dalle teorie rivoluzionarie dell’ultimo secolo come la meccanica quantistica. Oltre a questo una mia grandissima passione è la speleologia, amo le grotte e tutto quello che le circonda, il contesto ambientale, l’attività, l’esplorazione, è un mondo parallelo bellissimo e sconvolgente.

Ammetto che la speleologia mi ha fatto crescere dal punto di vista umano e filosofico.

Nel gennaio scorso la rivista Musica Jazz ha, come da tradizione, pubblicato i risultati del Top Jazz 2020. Che cosa pensi in generale delle scelte operate dai critici che hanno votato? Secondo te offrono un panorama “corretto” del “meglio” che il Jazz italiano offre oggi? 

Ammetto che non seguo in maniera ossessiva i risultati della classifica top jazz, mi incuriosiscono sicuramente ma non gli do un grosso peso, non per arroganza di certo, penso che riguardino solo una parte di ciò che succede nel nostro paese e che ci sia un grossissimo sommerso di artisti che per un motivo o per l’altro non arrivano alle nostre orecchie.

È anche vero che la classifica viene redatta da un corpus di critici che di sicuro hanno dei gusti e delle preferenze, mi piacerebbe tanto che la valutazione fosse estesa in qualche modo anche al reale pubblico degli ascoltatori del Jazz.

Indubbiamente gli artisti che compaiono nella classifica Top Jazz sono dei musicisti di calibro estremamente elevato, penso comunque che il panorama del Jazz italiano offra molto di più di quanto vi sia redatto, ed essendo già estremamente di valore quello che vi compare non oso immaginare quanti altri meravigliosi artisti siano presenti sul suolo nazionale.

Cosa pensi dell’idea del Ministro della Cultura Franceschini di creare una sorta di “Netflix “ della cultura? Dove ci sta portando questa pandemia dal punto di vista dello spettacolo e del rapporto del pubblico con lo spettacolo dal vivo? Hai avuto esperienze concertistiche in streaming senza pubblico e se sì, quali emozioni e sensazioni hai vissuto?

Per quanto il nostro Paese sia straordinario dal punto di vista della percezione della cultura ci troviamo in un bel crepuscolo per tante motivazioni.

Sarebbe molto bello se diventasse invece un motore alla base della nostra società, così come dovrebbe essere a mio avviso. Solo il concetto di definire una “utilità” della cultura è sbagliato, perché vuol dire che dal punto di vista sociale vengono percepite delle altre necessità prima di questa e nella maggior parte dei casi provengono da logiche “produttive”.

Dovrebbe essere esattamente il contrario, la cultura e la conoscenza è il requisito base sul quale costruire tutto il resto, inclusa la concezione più materiale ed operativa.

Indipendentemente dalla mansione svolta da ogni esser umano la prima necessità dovrebbe essere quella di nutrirsi ed arricchirsi di conoscenza, così da diventare una vera e propria persona intraprendendo il proprio percorso.

Non conosco dettagliatamente l’iniziativa di Franceschini, ammetto che sicuramente è interessante dal punto di vista divulgativo ma non ho la certezza che possa diventare un canale realmente trasparente nel quale vi sia spazio adeguato a tutte le innumerevoli realtà presenti nel nostro paese.

Soffriamo per altro di una mentalità estremamente provinciale e dedita al clientelismo, sarebbe bello se un mezzo del genere ne fosse esente, ma da quanto è radicata temo sia impossibile.

Questa pandemia ci sta sufficientemente demolendo dal punto di vista sociale e psicologico. È lodevole ricorrere allo streaming o alla “somministrazione a distanza” di concerti o eventi artistici, questo però è solo un succedaneo e non può restituire quella che è una esperienza dal vivo.

C’è bisogno di avere un rapporto tra l’artista ed il pubblico, non può essere altrimenti, un musicista non esiste se non c’è qualcuno che lo ascolta però questo non può ridursi ad un ascolto sterile da un dispositivo, c’è la necessità di interagire con le altre persone, siamo fatti di questo.

Quest’anno ho avuto una esperienza durante la quale ho suonato con un pubblico risicato mentre veniva trasmesso il concerto in streaming, ammetto che la mia attenzione andava alle persone presenti, non per mancanza di rispetto ma perché ne avvertivo l’effettiva presenza e l’interazione, quello che ho suonato e come è dipeso da chi c’era ad ascoltarmi.

Oltre all’insegnamento, a cui ti dedichi da anni, a quali progetti stai lavorando?

Attualmente sto lavorando a “Squirrel Beats” come già menzionato prima, diciamo che è un progetto ambizioso ma estremamente gustoso per me.

È un cross over in termini di linguaggio, la volontà ambiziosa è quella di coniugare nello stile e nelle forme contemporanee quelle più strettamente jazzistiche.

È una situazione che potrebbe avere un respiro molto ampio anche a livello internazionale, sto lavorando nella ricerca dei giusti canali di promozione.

Sempre in questo ambito mi sto interessando alla produzione in proprio, cosa che ho sempre fatto per piacere personale ma che vorrei portare ad un livello professionale.

Il CD di Paolo Corsini è disponibile su www.jazzy-records.com