Antonio Grillo Trio, DOVE sono le nostre radici

Antonio Grillo Trio, DOVE sono le nostre radici

Preceduto dal singolo e dal videoclip “Pinocchio’s Blues” pubblicato il 1° settembre scorso, è ora disponibile in tutti i negozi e gli store digitali DOVE, primo album del trio formato dal chitarrista Antonio Grillo, dal contrabbassista Tommaso Pugliese e dal batterista Francesco Scopelliti. Al trio di musicisti calabresi si aggiunge in metà delle tracce il fuoriclasse della tromba Giovanni Amato. L’album è ulteriormente impreziosito dalla partecipazione della cantante Simona Daniele, protagonista (anche in veste di autrice del testo) del bonus track “While you go away”. Comunic’arti ha incontrato il trio a pochi giorni dalla pubblicazione di questo primo lavoro intriso di passione e voglia di confrontarsi con capiscuola come il trombettista salernitano loro ospite.

Potete raccontarci un po’ del processo creativo dietro l’album DOVE? Quali sono state le vostre principali fonti di ispirazione?

Antonio

È un processo che è in atto dal 2017, anno in cui si è formato questo trio con l’intento di immergersi in un lavoro alla cui base ci fosse lo studio, la ricerca personale ed originale del linguaggio jazzistico e dei contenuti stilistici che più lo rappresentano. Le nostre principali fonti di ispirazione sono alcune formazioni in trio di Jim Hall, Bill Evans, Joe Pass, Keith Jarrett, Colombo Menniti, altro riferimento importante è Thelonius Monk e poi ci sono altri musicisti come Wes Montgomery.

Come avete scelto il nome DOVE per il tuo nuovo album? C’è un significato particolare dietro questa scelta?

Antonio

Fra tutti i brani originali inseriti nell’album “DOVE” è quello più significativo. “Dove” per indicare il luogo in cui nasce tutto, ogni pensiero, gesto e/o azione; quel luogo che abbiamo dentro, nel profondo dell’anima, dove si annidano i pensieri che si mescolano e si combinano fra il passato, il presente ed il futuro; ma “DOVE” può indicare anche un luogo fisico, un bosco ad esempio. Volutamente il nome di questo album ha un significato ambivalente, infatti, se lo si pensa come termine anglosassone, rappresenta la colomba, simbolo di pace, che oggi nel mondo purtroppo manca. Allora la scelta di questo titolo vuole essere anche uno spunto riflessivo e provocatorio, per alcuni aspetti, sulla condizione sociale di oggi che l’uomo vive interiormente ed esteriormente, ma anche un messaggio di speranza per la pace.

Antonio, potresti parlarci dei musicisti che hanno collaborato con te? Com’è stato lavorare con Francesco Scopelliti alla batteria e Tommaso Pugliese al contrabbasso?

Con Francesco c’è un’amicizia che è iniziata nel periodo adolescenziale, abbiamo frequentato le scuole medie insieme e siamo stati anche compagni di banco, suoniamo insieme da quando eravamo pressapoco dodicenni, nel tempo abbiamo maturato affinità e passioni verso alcuni generi musicali, finché poi ci siamo accostati e innamorati del Jazz. Francesco alla batteria è una garanzia e suonare con lui è un grande privilegio, come anche con Tommaso, che ho conosciuto dopo, lui è il più giovane, ma è un grande talento e l’intesa è scattata subito. Con entrambi c’è un rapporto di stima reciproca, umana e professionale.

Giovanni Amato.
Ph. MJW

Giovanni Amato è un trombettista di grande fama, com’è nata la collaborazione con lui per questo album? Qual’è stato il vostro rapporto artistico durante il processo di registrazione?

Francesco

Volevamo che lo strumento in più di questo progetto in trio fosse una tromba e Giovanni è stata la ciliegina sulla torta. Avevamo alcuni nomi in mente, ma la scelta dell’ospite è ricaduta indubbiamente su di lui, anche perché per noi è un grande riferimento nel panorama del jazz italiano ed internazionale. È stato proprio Tommaso a contattarlo e lui ha accettato subito il nostro invito. Per noi è stato un grande onore. Avevo incontrato Giovanni in qualche Jam Session, ma suonarci per la prima volta insieme direttamente in uno studio di registrazione è stata una grande emozione. Alla partenza della registrazione del primo brano, stavamo con le orecchie tese cercando di capire cosa stesse per accadere, ognuno nella propria stanza, qualche cenno dai vetri, le cuffie a tenerci connessi l’uno con l’altro, immersi in una profonda concentrazione eravamo molto emozionati abbiamo avvertito delle sensazioni mai provate, finché poi Gaetano, il tecnico di sala, ha avviato il tasto Rec, siamo partiti come un treno.

La sessione di registrazione con Giovanni è stata fantastica, in media abbiamo registrato non più di due takes per ogni brano in circa due mezze giornate.

L’album include un brano con Simona Daniele. Com’è nata questa collaborazione e perché la scelta di includere la voce di Simona in quel brano specifico?

Antonio

Simona ci è stata presentata da un nostro amico che l’aveva conosciuta durante una festa estiva a Mileto, il mio paese. Lei, come noi di origini calabresi, ha una voce e un carisma che ci ha subito colpiti. Avevo scritto un brano qualche anno fa’, “While you go away”, che volevo inserire nel disco e le ho chiesto di scrivere un testo sulla base di alcune indicazioni tematiche che hanno ispirato la composizione del brano, lei l’ ha fatto magistralmente. La sua voce è proprio quella che avrei voluto ascoltare cantare questo brano.

Simona Daniele

Quali sono i temi o concetti esplorativi in “DOVE”? C’è un messaggio o un’emozione che avete cercato di trasmettere attraverso la musica?

Tommaso

A noi piace molto esplorare nuove emozioni e ci auguriamo che DOVE le trasmetti a pieno agli ascoltatori. Il tema cardine è l’attaccamento alle radici, non si può fare nessuna cosa senza tenere conto di ciò che è stato, i nostri avi sono i primi maestri. I più grandi musicisti di jazz del passato che abbiamo sempre ascoltato e studiato sono il nostro riferimento, poi in ordine temporale c’è il resto. Ecco perché abbiamo sposato l’idea proposta dalla Jazzy Records e dal fotografo Paolo Galletta di andare a fare il servizio video fotografico per il nostro album in un bosco. Il videoclip di Pinocchio’s Blues è proprio l’emblema della nostra musica: ricerca, introspezione e un pizzico di follia… soprattutto nel nostro modo di essere, semplice, spontaneo e non impostato. In effetti oggi questa assenza di costruzione da molti viene interpretata come un atteggiamento fuori dagli schemi. Gli alberi e le loro radici poi, ci rappresentano simbolicamente, nella vita ma anche nella musica noi sentiamo un legame indissolubile con il passato che non dovrebbe essere mai perso.

Come descrivereste lo stile musicale dell’album? Ci sono influenze o riferimenti particolari che avete voluto incorporare nel sound?

Antonio

Riteniamo che lo stile di questo album sia molto orientato al Jazz tradizionale, ma nel legame con la tradizione credo si avvertono anche le nostre contaminazioni con il Jazz contemporaneo, insomma…  è un po’ la nostra musica. Questo è ciò che vogliamo trasmettere al nostro pubblico. Le influenze sono diverse, chitarristicamente ci sono Charlie Christian, Jim Hall, Joe Pass, Wes Montgomery, Django Rheinardt e Colombo Menniti, ma ce ne sono molte altre, e non arrivano solo da chitarristi. Sicuramente in alcuni brani abbiamo ricercato quel suono o comunque quelle timbriche sonore, che a me piacciono molto, del trio di Jim Hall con la tromba o il flicorno di Tom Harrell.

Da sinistra a destra: Tommaso Pugliese, Antonio Rocco Grillo, Francesco Scopelliti.
Ph. Paolo Galletta

L’album presenta una combinazione di brani originali e alcune reinterpretazione di brani di classici Jazz. Com’è stato selezionato il repertorio?

Antonio

Abbiamo pensato di includere oltre ai cinque brani originali, di cui uno riproposto come “bonus track” con la voce, alcuni standard classici, riarrangiati da noi. Però la scelta è stata determinata da alcuni aspetti che ci teniamo vengano espressi. Ad esempio l’intro del brano ” The days of wine and roses” è un omaggio a Wes Montgomery” ; “Alone Togheter” è un brano a cui ci sentiamo particolarmente legati e che abbiamo voluto un po’ stravolgere, iniziando con una sorta di contrappunto, ispirandoci a Bach, cambiando il tempo del “bridge” in 4/4; Song-Song è invece un brano dall’essenza Beeatlesiniana.

Quali sono state le sfide più grandi affrontate durante la creazione di “DOVE”? E quali le soddisfazioni ottenute fino ad ora con il progetto?

Antonio

Le sfide più grandi sono state la lotta contro il tempo che non era mai abbastanza per la preparazione di questo disco e poi trovare anche il periodo più tranquillo per registrare per noi non è stato così facile; anche la scelta dei brani più appropriata per le nostre esigenze è stata una sfida difficile. Le soddisfazioni più grandi è che abbiamo fatto un album con Giovanni Amato ed un album di cui andiamo molto fieri.

C’è una traccia o un momento specifico nell’album che vi emoziona particolarmente o di cui siete particolarmente orgogliosi? Perché?

Francesco

Sono diversi i momenti che ci rendono orgogliosi in questo album, ma in “While you go away”, che è un brano che ci emoziona particolarmente sia nella versione cantata straordinariamente da Simona che in quella strumentale con Giovanni e il suo flicorno magico.

Anche nel brano song song abbiamo avvertito delle straordinarie emozioni.

Com’è stata l’esperienza di lavoro con Jazzy Records?

Tommaso

Jazzy Records è per noi l’etichetta perfetta, quella che mantiene lo stile di edizione e l’attenzione all’immagine che cercavamo. È stata un’esperienza di lavoro all’insegna della competenza, della professionalità e delle attenzioni che il team ci ha dedicato, a beneficio della nostra immagine e della promozione del disco.

Infine quali sono i vostri piani futuri rispetto alla musica e alla promozione di questo album?

Antonio

Abbiamo intenzione di promuovere questo album con un tour che partirà sicuramente da settembre. Inizieremo quindi la promozione con la stagione autunnale e poi a seguire nei mesi successivi. Ci auguriamo che il nostro progetto piaccia, di fare tanti ascolti e naturalmente di fare tanti concerti!

Dove – Antonio Grillo Trio, feat. Giovanni Amato

Edizioni ©Jazzy Records

Antonio Rocco Grillo, chitarra

Tommaso Pugliese, contrabbasso

Francesco Scopelliti, batteria
Giovanni Amato, tromba e flicorno
Simona Daniele, voce

Rossella D’Andrea e Francesco Pisano: la voglia, il piacere e la spensieratezza di fare musica insieme

Rossella D’Andrea e Francesco Pisano: la voglia, il piacere e la spensieratezza di fare musica insieme

È uscito “It Had To Be You”, album d’esordio dei musicisti siciliani Rossella D’Andrea e Francesco Pisano: Jazz che piace a chi ama i grandi classici interpretati con classe e ironia.

È uscito il 5 Agosto scorso per Jazzy Records l’album “It Had To Be You”, frutto della lunga collaborazione tra la cantante Rossella D’Andrea e il pianista Francesco Pisano, entrambi originari di Messina. Con undici brani selezionati tra i più amati del loro repertorio, tratti dalle pagine del Great American Songbook, Rossella e Francesco ci regalano interpretazioni affascinanti e coinvolgenti, immergendoci in un clima rilassato e gioioso. L’album è stato registrato e mixato nello studio Casamusica  dello stesso Pisano che, insieme a Rossella, ha curato  personalmente l’intera produzione. Tra i brani  scelti troviamo “Days of Wine and Roses”, “I Fall in Love Too Easily”, “Cherokee” e molti altri, che vengono rivisitati con grande maestria e sensibilità dalla D’Andrea, vocalist dalla voce avvolgente che riesce a catturare l’essenza di ogni brano. Francesco Pisano al pianoforte aggiunge il suo tocco elegante e raffinato, creando un connubio musicale particolarmente equilibrato. Oltre ai due leader, l’album ospita in alcune tracce il sassofonista Rino Cirinnà e il contrabbassista Nello Toscano, musicisti di vaglia nel panorama del Jazz siciliano. Un momento particolare è rappresentato dal brano “Sail Away” di Tom Harrell, per il quale Rossella D’Andrea ha scritto un testo originale.  “It Had To Be You” è un album che cattura l’essenza della musica Jazz, trasmettendo calore, passione e divertimento.

Abbiamo incontrato Rossella e Francesco, che ci hanno svelato il dietro le quinte di questo lavoro e raccontato alcuni momenti del loro percorso artistico.

Rossella D’Andrea e Francesco Pisano in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Rossella e Francesco, raccontateci un po’ di voi, del vostro percorso artistico personale e della vostra collaborazione sfociata oggi in questo lavoro.

Rossella

Fin da bambina ho iniziato gli studi classici, arrivando fino all’ottavo anno di pianoforte. C’e’ stata quindi una pausa, durante la quale mi sono laureata in Ingegneria Elettronica intraprendendo questa strada lavorativa, mantenendo però sempre viva la mia passione per la musica in generale e avvicinandomi al jazz. Anche Francesco ha iniziato gli studi classici da bambino, diplomandosi in Pianoforte classico. Successivamente ha effettuato un cambio di direzione musicale esprimendosi in ambienti pop e jazz.

Ci siamo conosciuti durante un concerto e da lì abbiamo scoperto una certa affinità di gusti musicali che ha facilitato la nostra collaborazione. Quando lavoriamo, ascoltiamo e studiamo nuovi brani sperimentando nostri arrangiamenti: alcune volte un arrangiamento nasce dal mio modo di concepire il brano (variazioni della melodia del tema o il modo in cui lo sento ritmicamente) e a questo punto Francesco si getta a capofitto andando alla ricerca del miglior modo con cui accompagnarmi per valorizzare il brano… altre volte invece l’idea nasce da Francesco, con delle riarmonizzazioni particolari o con delle variazioni ritmiche che danno a me l’ispirazione ed una personale chiave di lettura del brano….

Come è nata l’idea del disco? Perché avete scelto It Had To be You come brano portante?

Rossella

Suoniamo insieme da una decina di anni e musicalmente c’è sempre stata una grande sintonia; da un po’ di tempo continuavo a proporre a Francesco di registrare qualcosa insieme; così, avendo avuto una buon riscontro (sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori) in occasione di alcuni concerti fatti insieme, abbiamo deciso di registrare alcune di quelle esecuzioni, da cui è partito questo progetto che ha coinvolto anche i due grandissimi musicisti Nello Toscano (al contrabbasso) e Rino Cirinnà (al sassofono).

Per quanto riguarda il titolo del disco, tempo fa abbiamo scoperto che questo brano è particolarmente caro ad entrambi: a me che l’ho ascoltato per la prima volta nel lontano 1989 all’interno del film ‘Harry ti presento Sally’… e a Francesco, che da bambino lo suonava con il padre… Insieme abbiamo cominciato a suonarlo, arrangiandolo nelle maniere più diverse… tant’è che nel disco lo abbiamo inserito due volte: una prima versione in trio (voce, sax e pianoforte) ed una seconda versione solo strumentale con Francesco al pianoforte: è anche questo il motivo per cui abbiamo dato questo titolo al disco.

Come avete scelto i brani da inserire nella playlist e in che modo avete lavorato alla definizione del progetto?

Francesco

Tutti i brani da noi scelti hanno come filo conduttore una bellezza melodica che ci ha affascinato: alcuni sono Standard, altri non necessariamente jazz, ma comunque noti; abbiamo pensato alla riproposizione di questi temi in maniera ‘spontanea’ e senza ‘sovrastrutture’ che tendono, a volte, a mettere in secondo piano il messaggio musicale (abbiamo anche deciso di non inserire la batteria nella nostra formazione: una scelta voluta ma certamente più complessa). Sono stati selezionati una trentina di brani con caratteristiche analoghe: in questo primo disco ne abbiamo inseriti 11, ma vogliamo dare seguito a questa nostro primo progetto, infatti è già in lavorazione un secondo disco le cui tematiche sono simili ma con uno sviluppo di arrangiamento molto differente.

Rossella D’Andrea e Francesco Pisano in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Francesco, il disco è stato registrato nel tuo studio e curato personalmente da te che sei anche un fonico di studio esperto. Sei contento del risultato sonoro ottenuto o è stato più difficile lavorare su un tuo progetto personale rispetto a quando ti occupi della musica degli altri?

Francesco

Dopo tanti anni passati a tentare di trovare la formula per il ‘giusto’ suono, teoricamente dovrebbe essere più semplice riprodurre le sonorità tanto desiderate. In realtà proporre un progetto personale ti fa sorgere sempre molte domande sull’effettiva riuscita della registrazione. Assieme a Rossella abbiamo trovato una soluzione gratificante per entrambi, ottenendo un sound personale e non troppo costruito, quasi una presa diretta: non ci siamo soffermati sulla perfezione del suono ma sull’ambientazione sonora e sull’omogeneità dell’insieme.

Rossella: la dimensione del duo sembra esserti particolarmente congeniale. Com’è stata questa esperienza dal punto di vista vocale e interpretativo?

A me piace molto interagire emotivamente con il pubblico che ho davanti, quindi in studio rischio di ‘concedermi’ un pò meno… pertanto ho cercato di immaginarmi sempre a cantare durante un concerto… questo mi dava la giusta ‘chiave di lettura’ nell’interpretazione.

Parlateci dell’interazione musicale nel vostro duo: è soltanto frutto di un’intesa naturale o ci lavorate in qualche modo “speciale”? Insomma, qual è la vostra “ricetta” artistica?

Francesco

Ci risulta abbastanza naturale lavorare insieme. Nel tempo abbiamo condiviso le nostre visioni musicali, pertanto diventa più facile trovare la soluzione di arrangiamento a noi più soddisfacente. Quello che facciamo, lo facciamo sempre divertendoci e volendo trasmettere agli altri la nostra gioia nel farlo… speriamo che sia questo il messaggio che arrivi: la voglia, il piacere e la spensieratezza di fare musica insieme.

Se doveste creare un piccolo spot, o anche solo scrivere una frase per promuovere il vostro lavoro e invitare il pubblico all’ascolto, che cosa direste?

Francesco

A nostro avviso, la caratteristica principale del nostro disco è la ‘semplicità di ascolto’: è fluido e scorrevole, quindi si rivolge ad un pubblico non necessariamente di ‘esperti in materia’ pur mantenendo gli stilemi di questo genere di musica.

It had to be you – Rossella D’Andrea, Francesco Pisano

Edizioni ©Jazzy Records
Rossella D’Andrea, voce
Francesco Pisano, pianoforte
Rini Cirinnà, sax tenore (tracce 2. 4, 10)
Nello Toscano, contrabbasso (tracce 6, 8, 10)
Giant Steps: a Milano la personale di Alessandro Curadi dedicata al Jazz

Giant Steps: a Milano la personale di Alessandro Curadi dedicata al Jazz

Comunicato stampa

 

MILANO – La galleria Maiocchi15 inaugura giovedì 27 ottobre, dalle ore 19 in via Maiocchi 15 a Milano, la mostra “Giant Steps”, esposizione personale delle opere di Alessandro Curadi. La serata sarà accompagnata da un’esibizione musicale jazz.

In mostra saranno esposte una quindicina di opere uniche dell’artista contemporaneo, dedicate al mondo del jazz e realizzate ad olio e acrilico su tela.

Alessandro Curadi presenta durante l’esposizione il suo lavoro in studio: sono ritratti a figura intera di famosi personaggi del Jazz che si stagliano su uno sfondo di colore uniforme, per mettere in risalto la figura o il singolo strumento.

Emoziona questa carrellata di musicisti che, presi singolarmente, vivono di vita propria, talvolta con le pulsazioni di una tromba, talvolta attraverso un sax o una chitarra. Diventano, anche per i non musicofili, immagini iconiche del sassofonista o del trombettista in sé, al di là che si tratti di John Coltrane o di Miles Davis e così questi protagonisti, questi strumenti, queste icone diventano quadri musicali che animano lo spazio “estetico” circostante.

Miles Davis, olio e colori acrilici su tela, 100×150 cm

Scrivania Cavandoli

Art Blakey, olio e colori acrilici su tela, 100×150 cm

Musica e pittura parlano lo stesso linguaggio, viaggiano nella stessa direzione, tanto che pare di poter ascoltare le tele stesse. Su questo binario di scambio simbiotico non c’è quasi differenza: le vibrazioni di un sassofono e quelle di un blu profondo, il tocco caldo di una chitarra e un giallo assolato, ma anche accostamenti emotivi più forti e inusuali, che rendono vibrante e vivo l’accordo di note e colore.

Alessandro Curadi ha unito la sua passione per la musica a quella per l’arte in unico percorso creativo: fin dal 2010 ritrae i musicisti durante i concerti. Dipinge in diretta, spesso in condizioni del tutto precarie di luce e spazio, in pose quasi acrobatiche per tenere in equilibrio fogli, colori, acqua e pennelli. I suoi acquarelli sono il risultato magico di un’unica performance, un doppio live.

Un vero e proprio reportage pittorico, unico nel suo genere, che ha portato Curadi a ritrarre i più noti musicisti del panorama jazz e rock internazionale, collaborando con importanti riviste e piattaforme di settore.

Il vernissage di apertura sarà accompagnato da un’esibizione musicale jazz: il visitatore potrà godersi, quindi, un’esperienza artistica completa: note musicali e pennellate di colore dialogheranno davanti ai nostri occhi, le tele prenderanno vita, la musica avvolgerà e colorerà il momento di un tono jazz irresistibile.

Il duo sax, Francesco Mazzali e Luca Magnani, propone un repertorio che spazia dagli standard a sonorità sudamericane a contaminazioni barocche, tutto in chiave improvvisativa

Alessandro Curadi

Se si domandasse ad Alessandro Curadi se sia stato attratto prima dalla musica o dalla pittura, lui stesso si stupirebbe nel constatare la simultaneità di queste due passioni o necessità, al punto che hanno assunto, nel suo percorso, un’unica strada per cui egli insegue e cattura volti a suon di musica o racconta la musica a suon di volti e ciò avviene anche nei ritratti che non riguardano musicisti, dove si percepisce un andamento musicale, una metrica o ritmica del colore e del gesto. Musica e pittura parlano lo stesso linguaggio, viaggiano nella stessa direzione, tanto che pare di poterli ascoltare questi quadri musicali.

Su questo binario di scambio simbiotico non c’è quasi differenza: le vibrazioni di un sassofono e quelle di un blu profondo, il tocco caldo di una chitarra e un giallo assolato, ma anche accostamenti emotivi più forti ed inusuali, che rendono vibrante e vivo questo accordo di note e colore.

Curadi racconta e dipinge con un minimalismo sapiente, in un gioco a levare, quasi a suggerire le linee, all’inseguimento ostinato di ciò che sfugge, che non si fa prendere, che si può solo afferrare con l’emozione.

Percorrere le vie di un volto e le sue strade interne, gli angoli nascosti, è come viaggiare dentro l’uomo, nelle pieghe del vissuto, nelle trame dell’anima.

Oltre al lavoro in studio Curadi ritrae i musicisti proprio mentre suonano: musica e pittura in un’unica performance, in un doppio live, con tutta la magia del creare senza rete, in diretta durante il concerto.

Impalpabili sensazioni sonore si traducono in macchie visive e corporee, l’astratta fisicità del suono si materializza, combinandosi con acqua, luce e colore in istantanee sempre nuove, sintesi di suono e visione. E attimo, irripetibile.

I ritratti dal vivo colpiscono per la loro felice ‘impressione’: pochi tocchi, pochi tratti e prende vita l’anima di un volto, la sua essenza. Il dettato intimo, interno, il musicista visto e sentito dal pittore È singolare il tentativo, l’ambizione e anche la follia di dare suono a un dipinto o di dare volto a un suono.

Di che colore è la musica? Che suono ha la pittura?

Non ci interessa la risposta, ci piace lasciare in sospeso la domanda e accoglierne la provocazione.

Buona visione e buon ascolto.

Giant Steps – Alessandro Curadi

Dove

Maiocchi15, Via Maiocchi 15, 20129 – Milano.
Tel: 02.23184910. Email: maiocchi15@gmail.com

Quando

Inaugurazione: Giovedì 27 ottobre 2022, dalle ore 19.00.
Apertura al pubblico: dal 27 ottobre al 10 novembre 2022 (dal lunedì al sabato: 9.30 – 13 e 14.30 – 19.30)

Ingresso Libero

Per info:

Maiocchi15
Tel. 02.23184910
Email: maiocchi15@gmail.com
Che cos’è il Jazz per me? Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

Che cos’è il Jazz per me? Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

Intervista al sassofonista Fabio Tiralongo, a margine dell’uscita di Raila (ed. Jazzy Records), suo primo album da leader.

Incontriamo Fabio Tiralongo, sassofonista e compositore Jazz di cui proprio in questi giorni l’etichetta Jazzy Records pubblica RAILA, suo primo album da leader. In questo lavoro è coadiuvato al pianoforte da Giovanni Mazzarino, uno dei suoi maestri e mentori,  e da un quintetto formato da alcuni fra i più talentuosi musicisti della nuova scena Jazz siciliana: Riccardo Grosso (contrabbasso), Alessandro Borgia (batteria), Andrea Iurianello (sax baritono) e Alessandro Presti (tromba). RAILA è l’antico nome di Avola, la città “esagonale” dove Tiralongo è nato e cresciuto muovendo i primi passi di musicista nella banda, una terra ricca di storia, bellezze e contrasti che ha ispirato le composizioni di questo lavoro. I sei brani originali più uno standard (It could happen to you) tracciano un territorio  in cui poliedricità ritmica e stilistica riflettono una musicalità fresca e ispirata, rispettosa di un’estetica che pone l’eleganza, il senso della frase e la costruzione del dialogo fra i suoi asset principali. Il CD  è particolarmente curato anche per quanto riguarda la veste grafica e la cartotecnica, che incorniciano gli splendidi ritratti del fotografo Paolo Galletta, artista a cui Jazzy Records affida da anni il racconto dei suoi progetti artistici più importanti.

Fabio Tiralongo in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Il tuo primo lavoro discografico da leader, dal titolo “RAILA” (Jazzy Records, 2022), è un tributo alla tua città d’origine, Avola. Ci racconti il perché di questa dedica e come hai sviluppato il concept musicale del disco?

Questo disco parla di un percorso di vita nato e sviluppatosi in musica. Ho voluto omaggiare la mia terra e le molteplici realtà che la compongono, che hanno contribuito alla mia formazione e a cui devo molto. Credo che ricordare e raccontare le proprie radici sia fondamentale per la costruzione di un percorso artistico solido. La mia terra, e le persone che qui ho incontrato, mi ha fornito e fornisce le basi che sostengono e rafforzano la mia identità umana e musicale. E per quanto le composizioni presenti in questo disco nascano dal bisogno di sublimare urgenze personali, in ciascuna di esse sono presenti riferimenti e tracce di luoghi e cammini. Ispirato tanto dai miti di sempre, come Coltrane, quanto dalla musica popolare, mediterranea e celtica, e dal vissuto, ho quindi composto sei tracce che raccontano un percorso di vita. La settima, invece, arrangiamento di “It could happen to you”, vuole essere uno stimolo alla contaminazione: questa improvvisazione libera, infatti, riconosce ciò che è stato e si ‘lancia’ verso il domani che verrà.

Parliamo delle tue composizioni: che cosa ti ispira, quali sono i tuoi riferimenti musicali e culturali in generale? In che modo lavori alla tua musica?

Le mie composizioni sono legate alla realtà. Parlano di ciò che vivo e conosco. Sono ‘scatti’ del quotidiano, personale o altrui, tradotti in musica. L’aver vissuto a contatto con la natura, ad esempio, mi ha permesso di scrivere Greenwood: le sensazioni provate hanno suscitato in me l’urgenza di tradurre in musica l’impressione del momento. Per cui, potrei tranquillamente annoverare l’impressionismo tra i miei riferimenti principali. Vorrei poi citare Coltrane, Gerry Mulligan e Chet Baker – che mi hanno fatto appassionare al Jazz, galeotto l’album “Pianoless Quartet”. Ma i generi che apprezzo e da cui traggo ispirazione sono vari, così come i bisogni sublimanti che mi conducono alla pagina bianca. Non potrò mai dimenticare l’apporto dato dalle operette ascoltate da bambino con mio nonno o l’aver suonato con la banda musicale del mio paese, una palestra insostituibile di apprendimento e ascolto.

L’album vede una formazione ampia che consente interessanti soluzioni a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento. Oltre a un featuring importante come Giovanni Mazzarino al pianoforte, hai convocato giovani musicisti tutti siciliani. In che modo hai scelto i tuoi compagni di viaggio?

La visione comune. La visione comune di suono e la personale stima verso gli artisti che hanno collaborato al disco hanno portato alla formazione che ascolterete. Inoltre, provenendo da un ambiente orchestrale, per me è naturale circondarmi di persone che permettono una composizione ampia e articolata – fondamentale per comporre brani con molteplici colori. Credo che questo gruppo rappresenti il ‘meglio’ dal punto di vista umano e artistico.

Il feat di Giovanni Mazzarino, poi, è stato per me un immenso onore. E non solo per la sua grandezza musicale. Per me, Mazzarino rappresenta un simbolo forte del Jazz, siciliano e non: ha girato il mondo e, nonostante le infinite sollecitazioni, ha comunque scelto di dare ascolto alle proprie origini culturali e musicali.

Giovanni Mazzarino e Fabio Tiralongo in studio, durante la registrazione dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Che cosa significa per te essere siciliano? In che modo influisce sul tuo modo di fare musica?

Credo che la sicilianità sia un modo d’essere e vivere e guardare il mondo. Per me significa coniugare i tempi e le culture tutte. Accogliere il vecchio e il nuovo con sguardo aperto e sincero. Lasciarsi influenzare, contaminare dalle esperienze altre e dai mondi altri. Credo che la sicilianità sia un dono e che maturi in noi e con noi.

Nella tua biografia scopriamo che hai partecipato a 13 album come sideman e hai all’attivo importanti collaborazioni: Andy Sheppard, Giovanni Mazzarino, Javier Girotto, Paolo Silvestri, Mario Biondi, Fabrizio Bosso, Billy Cobham, Paolo Fresu, Daniela Spalletta, Rita Botto, Mannarino, Roy Paci. Raccontaci qualcosa di queste esperienze.

È così. Ho avuto la fortuna di poter collaborare con tanti grandi artisti, e alcune collaborazioni sono avvenute grazie all’Orchestra Nazionale Jazz Italiana. Queste esperienze sono state degli incredibili viaggi tra i generi che hanno contribuito enormemente alla mia formazione. E ogni artista con cui ho lavorato mi ha lasciato un’impronta di sé, una traccia umana e professionale importantissima – per cui non smetterò mai di essere grato.

A dispetto della tua giovane età, hai già sviluppato una solida esperienza anche come didatta. Che cosa pensi dei bambini e dei ragazzi che si affacciano allo studio e della musica oggi? Noti delle differenze rispetto alla tua generazione in termini di approccio allo studio, di aspettative?

Da qualche anno ho l’occasione di insegnare a bambini e ragazzi di varie realtà siciliane. Ne sento fortemente la responsabilità e credo sia un’attività necessaria, in particolare per i tempi in cui viviamo. Sempre meno ragazzi, per varie ragioni, studiano o possono studiare musica per cui è importante cogliere le occasioni esistenti per stimolare l’interesse, la curiosità dei più giovani e aiutarli a trovare il loro suono. Ci vorrebbe più musica per le strade, più generi di “nicchia” per i quartieri. Credo fermamente che se il quotidiano fosse inondato di musica, se le persone avessero la possibilità di avere nelle loro vite strumenti musicali e arte, il peso della musica nelle loro esistenze e nel nostro Paese cambierebbe radicalmente – e ne potremmo beneficiare tutti.

Il tuo disco esce con un’etichetta particolare, la Jazzy Records, nota per pubblicare solo alcuni progetti affini a un “certo” modo di intendere la musica e l’arte. Com’è nata questa scelta?

Creatività, emozione, dedizione ed entusiasmo sono parole chiave che abbiamo in comune. Il Jazz non è semplicemente un genere musicale, è un modo di vivere, di intendere il mondo. Per questo sono molto felice che il mio disco sia tra le nuove proposte della Jazzy Records, che ho sempre ammirato e stimato. L’etichetta vive il Jazz ricordando le proprie origini ed è quel che cerco di fare anche io. Non poteva esserci scelta diversa o migliore.

Che cosa significa per te la parola Jazz, oggi?

Significa più cose. Cura e conoscenza, ad esempio, e avere gli strumenti per esprimersi al meglio. Ma credo anche che il Jazz sia condivisione, contaminazione, qualcosa cui tendere, che rumorosamente crea armonia e unione – di corpi, sentimento, tradizione e aspirazioni. Un modo di esistere, essere, vedere e vedersi. Un modo incredibilmente vivo di immaginare il domani.

RAILA – Fabio Tiralongo feat Giovanni Mazzarino

Edizioni ©Jazzy Records

La copertina dell’album.
Ph. Paolo Galletta

Fabio Tiralongo, sax tenore e soprano, composizioni
Giovanni Mazzarino, pianoforte
Riccardo Grosso, contrabbasso
Alessandro Borgia, batteria
Andrea Iurianello, sax baritono
Alessandro Presti, tromba
Le Linee di Piero Manzoni e la Linea di Osvaldo Cavandoli in mostra alla Galleria Clivio di Milano dal 26 maggio al 30 giugno

Le Linee di Piero Manzoni e la Linea di Osvaldo Cavandoli in mostra alla Galleria Clivio di Milano dal 26 maggio al 30 giugno

Comunicato stampa

 

MILANO – Una mostra dedicata alle Linee di Piero Manzoni e alla Linea di Osvaldo Cavandoli, aperta al pubblico da giovedì 26 maggio a giovedì 30 giugno negli spazi della Galleria Clivio, a Milano (il 25 maggio alle ore 18 è in programma l’inaugurazione a inviti).

La caratteristica di questa mostra, curata da Anna Dusi e Flaminio Gualdoni, è instaurare un dialogo a distanza tra Piero Manzoni e Osvaldo Cavandoli, autori entrambi, in modi diversi, di un lavoro specifico sul tema della linea. Piero Manzoni (1933-1963), pioniere dell’arte concettuale, ha concepito nel 1959 le Linee, opere in cui una linea tracciata in orizzontale su rotoli di carta di lunghezza variabile è arrotolata e poi chiusa in cilindri sigillati: ciò che importa è la pensabilità della linea assai più della sua ragione fisica. Osvaldo Cavandoli (1920-2007) ha creato il celebre personaggio della Linea nel 1969, come proposta per il Carosello della RAI: era un cartone animato realizzato con un unico tratto di matita continuo, una situazione in cui la linea tracciava il personaggio, il luogo e il tempo della sua azione. L’anticonvenzionalità del progetto incontrò dapprima molte resistenze, fino a quando un imprenditore illuminato, Emilio Lagostina, ne fece il brand della sua azienda, garantendole un successo durato per tutti gli anni ’70 e ’80: la creatura ingenua e irascibile di Cavandoli è diventata, di fatto, una figura dell’immaginario collettivo.

La mostra allestita presso la Galleria Clivio fa incontrare due concezioni diversissime, ma entrambe radicali e vitali, nate da un elemento grafico essenziale che si carica di implicazioni poetiche e ironiche. Per Manzoni, si tratta di ridurre l’atto elementare del segnare al suo fondamento primo, in grado comunque di pronunciare la realtà. Per Cavandoli, si tratta, invece, di trasformare l’elemento narrativo dell’animazione nel piano stesso di realtà della visione, dando un nuovo valore all’artificio disegnativo.

Piero Manzoni

Scrivania Cavandoli

Osvaldo Cavandoli dipinge la Linea sull’asfalto

Spiega Anna Dusi, curatrice della mostra insieme a Flaminio Gualdoni: «Un suono onomatopeico riverbera nella mia mente quando penso a Piero Manzoni e Osvaldo Cavandoli, due personaggi che hanno dato un nuovo senso al linguaggio dell’immagine. Vogliamo invitare gli spettatori ad un incontro fatto di interrogativi, di frasi sospese e di linee astratte, dando un senso immaginativo e poetico all’opera di Manzoni e Cavandoli». Aggiunge Gualdoni: «Il senso di questo allestimento non è cercare affinità tra i due autori, ma testimoniare come l’elemento più essenziale dell’arte, la semplice linea, abbia dato vita a esperienze diverse, ma caratterizzate da una straordinaria carica innovativa».

In concomitanza con la mostra saranno organizzati alcuni eventi collaterali, a cominciare dai laboratori creativi dedicati ai più piccoli, per sperimentare idee, emozioni e movimento delle linee. Il tutto avverrà presso lo Studiocine Cavandoli di via Prina 10, a Milano, lo spazio in cui Osvaldo Cavandoli ha creato i suoi indimenticabili personaggi (nei mesi scorsi è stata lanciata una raccolta fondi da parte dell’associazione di promozione sociale Le Compagnie Malviste con l’obiettivo di riqualificarlo e trasformarlo in uno spazio policulturale aperto a tutti). Ideati da Daniela Migotto e Francesca Valan, i workshop sono gratuiti e indicati per bambini dai 6 ai 10 anni di età.

Infine, dal 6 all’8 giugno, presso la Casa delle Associazioni e del Volontariato di Milano, è in programma un laboratorio teatrale intitolato “Il divenire della Linea“ e rivolto ad attrici e ad attori dai 20 ai 40 anni di età. A dirigerlo, il regista, attore e performer Raffaello Fusaro. I partecipanti verranno coinvolti in una ricerca fisica, espressiva, mimica, vocale ed emotiva intorno al personaggio immaginario di Cavandoli. 

La Moviola dello Studio Cavandoli

Le Linee – Piero Manzoni
La Linea – Osvaldo Cavandoli

Dove

Galleria Clivio, Foro Buonaparte 48, Milano.
Tel: 023657360-3385479433. Email: galleria@clivioarte.it

Quando

Inaugurazione: mercoledì 25 maggio, ore 18.00.
Apertura al pubblico: dal 26 maggio al 30 giugno (da martedì a sabato, ore 14.00-18.00)

Ingresso Libero

Laboratori per bambini presso lo Studiocine Cavandoli

Dove

Via Prina 10, Milano

Quando

Venerdì 27 e lunedì 30 maggio, venerdì 10 e venerdì 17 giugno, ore 16.30-18.00

Informazioni e prenotazioni

Tel. 3518009578 – Email: comunicazione@lecompagniemalviste.org

Workshop teatrale “Il divenire della Linea”

Dove

Casa delle Associazioni e del Volontariato, via Marsala 8, Milano

Quando

Da lunedì 6 a mercoledì 8 giugno, ore 9.30-17.00

 

Partecipazione gratuita; è previsto un contributo spese, inclusivo di tessera associativa ed assicurazione, pari a 50 euro. 
Inviare la propria candidatura con CV e lettera motivazionale entro il 30 maggio a: lalineaworkshop@studiocinecavandoli.com

Per info:

Ufficio stampa Le Compagnie Malviste
Andrea Conta – cell: 347 1655323
Beatrice Canclini – cell: 334 5043896
Email: andrea.conta1968@libero.it; comunicazione@lecompagniemalviste.org
www.lecompagniemalviste.org
www.facebook.com/lecompagniemalviste
www.instagram.com/lecompagniemalviste
Al via una raccolta fondi per far rivivere a Milano lo studio di Osvaldo Cavandoli, il cartoonist che inventò La Linea

Al via una raccolta fondi per far rivivere a Milano lo studio di Osvaldo Cavandoli, il cartoonist che inventò La Linea

La Linea e Osvaldo Cavandoli

Comunicato stampa

 

Disegnatore, illustratore, cartoonist, grafico e regista, Osvaldo Cavandoli diventò famoso inventando La Linea, il personaggio di alcune indimenticabili pubblicità degli anni Sessanta e Settanta. Per tutto il 2022 sarà attiva una campagna  di crowdfunding che ha l’obiettivo di riqualificare il suo studio milanese e trasformarlo in uno spazio aperto a tutti, dove verranno organizzati laboratori creativi per grandi e piccoli, incontri, visite guidate, proiezioni speciali, spettacoli teatrali, mostre e concerti. Mantenendo viva, così, la memoria di un artista stimato e premiato in tutto il mondo.

MILANO – Far rivivere e valorizzare lo Studiocine Cavandoli di Milano, lo spazio nel quale Osvaldo Cavandoli, il disegnatore, illustratore, cartoonist, regista e grafico pubblicitario che inventò La Linea, il famoso personaggio utilizzato in alcune indimenticabili réclame degli anni Sessanta e Settanta e poi in una fortunata serie animata, ha lavorato a lungo. Come? Aprendolo al pubblico in modo continuativo all’inizio del 2023 e organizzando attività di vario tipo, dai laboratori creativi per bambini e adulti alle visite animate, dalle serate-cinema con proiezione di film, cortometraggi, cartoni animati e pubblicità d’epoca all’allestimento di spettacoli teatrali, mostre, concerti ma non solo.

Promotori dell’iniziativa sono il figlio Sergio, proprietario dello studio, la curatrice Anna Dusi, Andrijana Ružić, storica dell’arte d’animazione, Eric Rittatore, blogger esperto in animazione, Piero Tonin e Giovanni Beduschi, fumettisti e allievi di Cavandoli, e Le Compagnie Malviste, associazione di promozione culturale e sociale impegnata in progetti di rigenerazione urbana ma anche realtà specializzata nel teatro sociale e di comunità, con un’attenzione particolare alle persone fragili.

Per rendere accessibile e fruibile da tutti, a Milano, uno dei luoghi della cultura che, altrimenti, rischierebbe di essere dimenticato, nelle scorse settimane è stata lanciata una campagna di crowdfunding (www.retedeldono.it/it/progetti/lcm/cavandolis-studio-visit). La raccolta fondi, che si concluderà il prossimo dicembre, ha l’obiettivo di raccogliere 16.500 euro. 

La donazione è libera e con un contributo di almeno 20 euro si riceveranno in regalo simpatici ed esclusivi gadget come gli adesivi, le spillette, i block notes e gli shopper “griffati” La Linea di Osvaldo Cavandoli, conosciuto semplicemente come “Il Cava” e considerato da molti studiosi come uno dei più importanti cartoonist italiani della sua epoca. Ma soprattutto si contribuirà alla realizzazione di un importante progetto culturale, mantenendo viva la memoria di un artista (scomparso nel 2007) che si definiva un “artigiano dell’umorismo” e che era molto apprezzato anche all’estero.

Ingresso e corridoio

Banco ripresa

Scrivania Cavandoli

Scrivania

Moviola

Nello spazio di via Prina 10, a Milano, a due passi dalla sede Rai di corso Sempione, Osvaldo Cavandoli, oltre al personaggio La Linea, ha creato Pupilandia, rivoluzionario studio d’animazione specializzato nella realizzazione di pubblicità con i pupazzi animati, i film con i fratelli Pagot, meravigliose grafiche pubblicitarie, fumetti, opere in legno e molto altro. Il suo studio è uno scrigno di cultura, dove sono conservati i lavori di una vita: tavole, vignette, manifesti cinematografici, bozze pubblicitarie, dépliant, pellicole inedite, pupazzi, attrezzature tecniche, animazioni, ricordi, riconoscimenti e premi. Un archivio che attende di essere valorizzato e condiviso con un pubblico di curiosi e appassionati. Un luogo dove ognuno potrà ritrovare parte della propria storia personale e molti ricordi d’infanzia, ma che necessita di cure e interventi di riqualificazione, come spiega Sergio Cavandoli: «Lo studio ha bisogno di manutenzione continua. Inoltre ci sono anche alcuni strumenti di lavoro di mio padre, come il moviolone, che necessitano di cure specialistiche. Per non parlare dei pupazzi, dei manifesti, dei bozzetti, delle tavole, degli oggetti di scena di Pupilandia e delle decine e decine di pellicole che andrebbero riversate su supporti più moderni».

Incontri, laboratori e visite guidate allo Studiocine Cavandoli sono in agenda anche nelle prossime settimane allo scopo di incentivare le donazioni (il programma degli appuntamenti, in continuo aggiornamento, è consultabile sul sito www.lecompagniemalviste.org). Alvise Campostrini, presidente dell’associazione Le Compagnie Malviste, sottolinea: «Rendere fruibile lo studio di Osvaldo Cavandoli significa restituire un tassello mancante al quartiere, alla città e ai suoi abitanti, valorizzando al tempo stesso l’opera di un artista che, ancora oggi, ha una grande influenza. La fruibilità dello studio di Osvaldo Cavandoli potrebbe far riscoprire l’antica vocazione artigianale di una zona che, negli ultimi decenni, ha subito una forte gentrificazione e che ha visto moltiplicarsi le attività commerciali dedicate al food & drink. La valorizzazione di questo luogo della cultura aumenterebbe l’attrattività del quartiere. Fino alla fine del 2022 continueremo a raccogliere fondi, ma se ricevessimo un numero significativo di donazioni entro la fine di gennaio potremmo vincere un premio ulteriore in denaro da parte della Rete del Dono, la piattaforma digitale di personal fundraising alla quale ci appoggiamo, grazie al Premio Crowdfunding per la Cultura». 

Già, il quartiere. I responsabili del progetto mirano a coinvolgere gli abitanti del Municipio 8, ma pure gli studenti di ogni ordine e grado (scuole dell’obbligo, istituti artistici, professionali e così via), i turisti, i centri di aggregazione giovanile, le attività commerciali del territorio e, organizzando laboratori artistico-teatrali specifici, anche le persone più fragili, come gli utenti dei Centri psicosociali e socioricreativi per anziani di Milano, le persone affette da patologie quali, per esempio, l’Alzheimer, i loro caregiver e i loro familiari.

Interno Studiocine Cavandoli di Milano

Per contribuire al progetto

Campagna di crowdfunding su Rete del Dono

Per info

“Le Alpi” di Paolo Borghi raccontano la natura del Festival cremasco I Mondi di Carta

“Le Alpi” di Paolo Borghi raccontano la natura del Festival cremasco I Mondi di Carta

Tenuta segreta fino al momento dell’inaugurazione della storica kermesse dedicata al tema “La natura ci salverà?”, la scultura resterà esposta fino al 17 Ottobre in Piazza Duomo.

“Le Alpi” di Paolo Borghi (Foto: Rachele Donati De Conti)

È stata un’inaugurazione a regola d’arte per I Mondi di Carta Festival, la kermesse multiculturale cremasca che sabato due ottobre scorso ha salutato la sua nona edizione, in programma fino a domenica dieci. Lo ha fatto reiterando un rituale originale, un’idea preziosa che illumina tutta la manifestazione con i bagliori della bellezza, ossia regalare alla città di Crema, anche se solo per pochi giorni, una scultura realizzata da un artista importante, un’opera che possa essere al tempo stesso sintesi e simbolo  del tema, del “fil rouge” che guida il concatenarsi dei singoli eventi e che quest’anno è affidato al quesito: “La natura ci salverà?”.

“Un tema sfidante, così come lo sono stati gli ultimi due anni a livello globale e per la comunità di Crema, tanto duramente messa alla prova da una pandemia con strascichi ancora seri e che sta dimostrando quanto  la Terra sia un tutto interconnesso in cui i comportamenti dei singoli sono importanti al pari delle scelte strategiche delle Nazioni e dei loro governanti”, sottolinea il Presidente dei Mondi di Carta Enrico Tupone, ideatore della manifestazione figura di riferimento per tutto il gruppo dei soci.

Ed è stato proprio lui, supportato dalla figlia Isabella Tupone direttrice della galleria milanese Area\B e in collaborazione con Studio Copernico, a selezionare la magnifica veduta bronzea “Le Alpi” dell’artista Comasco Paolo Borghi e a tenere tutti all’oscuro di questa scelta fino al momento stesso dell’inaugurazione, quando il drappo rosso che la copre viene sollevato e rivela quindi il segreto così ben custodito. La “possente leggerezza” dell’opera di Borghi lascia tutti stupiti: è quasi come affacciarsi, in piena Piazza Duomo, da una terrazza a centinaia di metri di altezza. 

Paolo Borghi impara dal padre, abile orafo e cesellatore, l’arte della lavorazione dei metalli.  A partire dal 1958, si dedica completamente alla scultura, scegliendola come mezzo espressivo principale. Intorno al 1980, scopre la sua vera anima artistica, che affonda le sue radici nel classicismo delle forme, nell’indagine del mito e del sacro. Nel corso degli anni il suo lavoro diventa protagonista di importanti mostre e grandi committenze, alcune sue opere si trovano in permanenza al Mola Center di Los Angeles, in Texas, in Corea, sue sono anche le magnifiche porte in rame sbalzato della Basilica dei Santi Pietro e Paolo, a Milano, sua è la nuova monetazione del Vaticano e le innumerevoli opere di ispirazione sacra che adornano chiese e piazze italiane. “Le Alpi” è una fusione in bronzo realizzata nel 2003, che di recente è stata esposta presso l’incredibile contesto della Reggia di Venaria, a Torino, e arriva oggi a Crema, nell’altrettanto meravigliosa Piazza Del Duomo.  “Le Alpi”, nel racconto dell’artista, usa il tramite di queste figure di ispirazione etrusca, per riprodurre il paesaggio alpino che l’artista vede dalla finestra del suo studio, che si trasforma qui in due soggetti uniti fra loro, quasi a formare un una figura unica, e fortemente radicati a terra, proprio come la maestosa catena montuosa che li ha ispirati. La forza suprema della natura è sintetizzata in una scultura dettagliata, a tratti delicata nei suoi particolari, ma assolutamente concreta e destinata a perdurare nel tempo, anche davanti alle intemperie del mondo. Con “Le Alpi” Borghi ragiona sul paesaggio che diviene corpo e sul corpo che diventa paesaggio. Costruisce mondi, assembla diversi momenti di un’esistenza e recupera i riferimenti di un’antichità che non smette di interessare e ispirare gli intelletti. L’attenzione per le vicende umane si consuma insieme a quella per la natura che diviene elemento parlante. I corpi distesi in riposo di due amanti fanno da preambolo allo svolgere dei rilievi montani: come gli dei che, stanchi, hanno da poco originato un intero universo.

Fonte: Pagina Facebook “I Mondi di Carta”

“Le Alpi” di Paolo Borghi (Foto: Luca Severgnini)

L’opera resterà esposta in Piazza Duomo a Crema per due settimane, fino al 17 Ottobre e sarà l’occasione per tutti per ammirare da vicino l’opera di un artista tanto importante quanto appassionato. Vegliato dalle due figure bronzee, I Mondi di Carta Festival darà corso ai tantissimi appuntamenti in programma negli storici e suggestivi spazi del Sant’Agostino-Museo Civico.  Otto giorni di iniziative, circa venti differenti appuntamenti,  una sfida alle precedenti edizioni, ciascuna unica, particolare, amata e ricordata per ragioni differenti. Letteratura, arte, musica, cucina, benessere e tanto altro: i Mondi continuano ad esplorare e a sorprendere, a inventare e a rischiare. Attesi nomi importanti della letteratura, della musica, della gastronomia della scienza e della comicità, fra cui la scrittrice Antonella Boralevi, il giornalista Mario Calabresi, l’immunologo Alberto Mantovani, il cuoco e conduttore televisivo Andrea Mainardi, il comico Germano Lanzoni. Enrico Bertolino,  formidabile formatore e umorista chiuderà l’edizione 2021 con la sua tagliente, irresistibile ironia. I Mondi di Carta 2021 propongono dunque un palinsesto variegato e ricco di sorprese, a conferma della centralità di Crema e dei suoi operatori culturali come motore di iniziative prestigiose, una vera e propria vetrina di alto livello per il territorio, la sua bellezza, i suoi talenti. 

I Mondi Social

website: www.imondidicarta.it

facebook: @imondidicartaFestival
instagram: imondidicarta_Festival

Foto in evidenza di Luca Severgnini

Inchiostro Festival? Un romanzo, spero con molti sequel

Inchiostro Festival? Un romanzo, spero con molti sequel

Da sinistra a destra: Lorenzo Sartori, Massimo Carlotto, Paolo Panzacchi

Si è conclusa domenica 19 giugno a Crema con un grande successo la terza edizione di Inchiostro, la due giorni letteraria ideata e diretta dallo scrittore Lorenzo Sartori e realizzata in partnership con l’Amministrazione Comunale di Crema. Grande cura e attenzione alla qualità delle proposte hanno caratterizzato anche questo nuovo capitolo di una  kermesse che si contraddistingue  per la piacevole atmosfera informale degli incontri, per la caratura degli autori invitati (sia per quanto riguarda le voci emergenti che per i big) e per la qualità dei conduttori, efficientissime e brillanti  “cinghie di trasmissione” fra gli autori, il loro mondo narrativo e il pubblico. Sara Rattaro, Marco Balzano e Massimo Carlotto hanno fatto delle due serate in CremArena due appuntamenti davvero preziosi perché le presentazioni dei loro romanzi si sono trasformate in immersioni nel tempo reale, per osservare con più lucidità e attenzione la società contemporanea, i nostri comportamenti, i cambiamenti in atto, i fenomeni che stanno caratterizzando le nostre scelte e le nostre vite.
Abbiamo incontrato, “a bocce ferme” o per meglio dire “a pagine chiuse”, il direttore artistico di Inchiostro Lorenzo Sartori e approfondito insieme a lui alcuni aspetti di questa felice esperienza.

Lorenzo Sartori

Terza edizione di Inchiostro. Ti chiedo di fare un bilancio non tanto di questa edizione che è stata un vero successo, quanto del percorso che hai compiuto fin qui, da curatore, insieme al tuo festival.

Il festival è partito nel 2018 ed è subito stata una scommessa, per il sottoscritto che l’ha ideato e per l’amministrazione comunale che ha creduto da subito nel progetto. A Crema erano presenti vari eventi letterari ma non si è mai tenuto un vero e proprio festival, un momento denso di appuntamenti anche in sovrapposizione, dove al lettore è chiesto di scegliere un proprio percorso. Un week end di totale immersione nel mondo dei libri, con la possibilità di conoscere scrittori ma anche editori o addetti ai lavori, perché dietro a ogni libro c’è un mondo ed è giusto che il lettore lo conosca. La scommessa è stata duplice perché si è affiancata al festival una piccola fiera dell’editoria indipendente cosa che ha permesso di animare e valorizzare i chiostri dalla mattina alla sera. Oltretutto credo che sia una delle poche fiere in Italia in cui non sono ammessi editori “a pagamento” (quelli che si fanno pagare dall’autore per pubblicare un libro invece del contrario). Siamo piccoli ma con le idee chiare. La qualità dell’editoria di un paese passa anche attraverso queste piccole ma ferme scelte. Vista la risposta del pubblico direi che entrambe le scommesse sono state vinte.

In che modo selezioni i titoli e gli autori da presentare? Segui un tema o costruisci il programma ascoltando il mercato e i suggerimenti degli editori? Ma soprattutto, come entri in contatto con “dialogatori” così vivaci e competenti? 

Tengo in considerazione vari aspetti. Il pubblico è attratto dai grandi nomi, dagli scrittori affermati che hanno un forte seguito e se ce l’hanno un motivo c’è. Questo motivo sta in quello che scrivono ma anche nel modo in cui lo raccontano, perché mentre la lettura è un momento intimo che riguarda il lettore in modo diretto, senza intermediazioni, la presentazione di quel libro resta comunque un momento performativo e sottostà alle logiche dello spettacolo. Esistono bravi scrittori che però un palco non lo sanno tenere. Quando cerco gli ospiti devo prendere in considerazione quindi anche la capacità di questi autori di intrattenere, di sapere veicolare contenuti interessanti anche a voce. Questo significa andare a vederli prima, seguendo durante l’anno altri festival e presentazioni. Però fama e qualità non sempre vanno di pari passo. Arte e mercato seguono rotte che spesso confliggono. In Italia si legge poco e quindi si premia solo una minima parte degli autori che meriterebbero di essere letti, di solito quelli ben supportati dalle grandi case editrici. Come direttore artistico del festival cerco di dare voce anche agli altri autori, validi ma ancora poco conosciuti, e lo faccio rompendo ogni barriera di genere. Credo che Inchiostro sia uno dei pochi festival che ospiti autori di narrativa contemporanea, di noir, di rosa, di fantasy, di fantascienza senza creare ghetti.

Quanto ai conduttori mi fa piacere che tu abbia apprezzato il loro lavoro. Lo stile di Inchiostro è essere al servizio degli scrittori e serve intelligenza e umiltà quando si dialoga con un autore. Sono fortunato ad avere una bella squadra.

La lettura, l’ascolto e l’approfondimento di tante storie, il confronto delle idee: Inchiostro ha dimostrato anche in questa occasione che le idee coinvolgono il pubblico come e forse meglio di uno spettacolo teatrale, o di un concerto. Eppure i dati sulla lettura di libri e giornali da parte degli italiani sono molto poco incoraggianti. Secondo te qual è il motivo di questa contraddizione? E che cosa si potrebbe fare in concreto per spingere le persone a interessarsi di più alla lettura?

Alla gente piace ascoltare storie. È una cosa che facciamo dall’alba dei tempi, una cosa di cui abbiamo bisogno. Per secoli abbiamo ascoltato storie e solo più di recente abbiamo iniziato a leggerle. Fino agli anni ‘50 una buona fetta della popolazione italiana era analfabeta e se anche impari a leggere a scuola poi ti devi allenare, altrimenti leggere è faticoso, molto. Sei italiani su dieci non leggono neanche un libro all’anno e tra quelli che leggono la maggior parte sono donne, credo ci sia un rapporto di tre a uno, se non di quattro a uno. Se teniamo conto che la classe dirigente di questo paese è composta purtroppo in prevalenza da uomini non è assurdo ipotizzare che una buona fetta delle persone che prendono decisioni in Italia, decisioni da cui dipendono i destini di altri individui, non legga e quindi non conosca. La scuola ha sicuramente un ruolo importante in questa battaglia ma spesso vengono proposti i libri sbagliati e nel modo sbagliato. Imposti. La lettura è un piacere, un piacere che ti allarga la mente, che ti fa vivere altre vite e viaggiare in altri spazi e in altri tempi. Ma richiede un po’ di fatica se non si è allenati, se non si è stimolati a farlo. E io spero che un festival a questo serva, a dare stimoli.

Se Inchiostro festival fosse un libro, che genere sarebbe, e perché?

Direi sicuramente una raccolta, per la varietà della proposta. O un romanzo che attraversa vari generi letterari. Mi auguro con molti sequel.

Da sinistra a destra: Lorenzo Sartori, Massimo Carlotto, Paolo Panzacchi