La cantante e autrice Giovanna Magro racconta Two/gether (Jazzy Records), album nato dalla collaborazione con Giovanni Mazzarino: un lavoro ricercato che approccia standard storici del repertorio Jazz e sudamericano attraverso la verità del “duo” pianoforte e voce. Uscito nel dicembre del 2025, Two/Gether è stato in questi giorni al centro di un tour che ha portato i due musicisti a rendere ancora più forte l’intesa musicale e a sperimentare un linguaggio così vero ed essenziale al cospetto del pubblico di alcuni del Jazz Club più importanti del sud Italia.
Two/gether, ossia “due/insieme”: come nasce questo progetto, in che momento del tuo percorso artistico arriva e che cosa racconta, in concreto, del vostro lavoro?
Ho sempre sognato di dedicare un disco agli standard jazz e Two/gether è nato in maniera molto naturale e spontanea. Ho chiamato Giovanni per registrare in studio un paio di brani, senza troppe pretese, semplicemente per condividere la musica insieme. Quel giorno ci siamo divertiti tanto a suonare, e da quell’energia positiva è nata l’idea di tornare in studio, trasformando quelle prime registrazioni in un vero e proprio disco. Two/gether rappresenta per me il risultato di un dialogo profondo con un musicista che considero un riferimento umano e artistico fondamentale, e racconta il mio desiderio di abitare la tradizione con rispetto, libertà e una voce più consapevole. Il titolo Two/gether racconta il punto esatto in cui il nostro lavoro prende forma: lo spazio che si crea tra due persone che suonano insieme. Siamo in due, voce e pianoforte, eppure la musica nasce in quell’istante sospeso, fatto di ascolto, attesa e scelte condivise. Two/gether racconta un modo di fare musica basato sulla relazione: essere due, con personalità precise, e scegliere ogni volta di stare insieme. È un equilibrio fragile, ma è proprio lì che sentiamo nascere la verità.
Il disco è costruito esclusivamente su voce e pianoforte. Quanto è stata una scelta artistica e quanto una necessità espressiva?
Ad un certo punto è emersa l’esigenza di creare uno spazio essenziale, senza sovrastrutture, in cui voce e pianoforte potessero incontrarsi in maniera diretta e sincera. Il duo voce e pianoforte si è imposto quasi naturalmente come lo spazio più onesto per raccontare questa musica. Con voce e pianoforte non ci sono ripari. Ogni respiro, ogni pausa, ogni intenzione diventa evidente. È una forma che richiede fiducia e attenzione costante, ma che in cambio offre una grande libertà espressiva. L’album nasce proprio da questo equilibrio tra scelta consapevole e urgenza interiore.
In che modo avete preparato questo disco? Qual è stato il criterio per la scelta del repertorio?
La scaletta è nata come nascono le cose vere: spontaneamente, senza forzature. Non abbiamo cercato i brani, li abbiamo riconosciuti…. erano già con noi, nel nostro modo di stare nella musica, nel nostro ascolto quotidiano, nel tempo condiviso. Ad eccezione di due brani: un giorno Giovanni mi fece ascoltare nel suo studio En la orilla del mundo, una versione struggente interpretata da Charlie Haden, e me ne innamorai follemente. Lo stesso accadde con Sihná, che invece fui io a far ascoltare al Maestro, e che subito sentimmo entrambi perfetta per il disco.
Il pianoforte di Mazzarino ha un ruolo molto preciso, mai invasivo. In che modo il suo accompagnamento ha influenzato il tuo canto?
Mazzarino è uno dei pianisti più sensibili e raffinati nel sostenere una cantante. Non accompagna semplicemente: ascolta, interpreta, crea uno spazio in cui la voce può respirare e rivelarsi completamente. Ogni sua nota, ogni pausa, ogni tocco al pianoforte è pensato per valorizzare al massimo l’intenzione del canto, senza mai invaderlo o sostituirlo. È una presenza discreta e potente allo stesso tempo, capace di trasformare l’accompagnamento in un dialogo unico ogni volta.
Quando si affrontano standard così conosciuti, qual è per te il punto di equilibrio tra rispetto del brano e interpretazione personale?
Affrontare standard così conosciuti significa innanzitutto entrare nella storia della musica con rispetto e umiltà. Ogni brano ha una sua vita, una memoria collettiva, un suono già definito nell’immaginario di chi ascolta. Il punto di equilibrio, per me, sta nell’ incontro tra questa eredità e la mia voce: rispettare ciò che il brano è, ma lasciarlo vivere attraverso il mio respiro, il mio tempo, la mia sensibilità. L’interpretazione personale non significa stravolgere, ma trovare lo spazio in cui il canto e l’emozione possono nascere sinceramente, anche se il tema è già noto. Ogni standard diventa così una sintesi tra la storia del brano e la mia storia, tra la tradizione e la libertà del momento presente.
C’è un brano del disco che senti particolarmente rappresentativo di questo momento della tua carriera e perché?
Se dovessi indicare un brano che sento particolarmente rappresentativo di questo momento della mia carriera, direi “Duke Ellington’s Sound of Love”. È una composizione che Charles Mingus scrive come atto d’amore e di gratitudine verso Duke Ellington: non un ritratto, ma l’idea stessa del suo suono, della sua eleganza, della sua umanità. Questo significato per me è centrale. Il brano parla di rispetto profondo per la tradizione, ma anche della capacità di trasformarla in qualcosa di vivo e personale. Aprire il disco con questo brano è stata una scelta molto consapevole: il suono prende il primo respiro, l’ascolto guida ogni scelta e la musica si svela lentamente nella sua eleganza, nella sua profondità e nella sua verità.
Quanto studio e quanta ricerca ci sono dietro un risultato che all’ascolto sembra così naturale?
Quello che all’ascolto sembra naturale nasce da uno studio attento e da una ricerca costante. L’esercizio non è mai fine a sé stesso. Lo studio diventa strumento per dare libertà alla musica, per lasciare che la voce possa raccontare ogni nota con autenticità. Ogni scelta nasce da un equilibrio tra ciò che serve alla canzone e ciò che nasce dalla mia sensibilità: è un lavoro invisibile all’ascoltatore, eppure indispensabile, perché senza questa ricerca la spontaneità non sarebbe possibile.
È un disco che nasce dall’emozione e che all’emozione ritorna: ogni brano custodisce una fragilità, un ricordo, un sentimento che prende forma senza filtri.
Two/gether arriva dopo esperienze importanti anche fuori dall’Italia. In che modo il tuo percorso internazionale ha influito su questo lavoro?
Viaggiare e confrontarmi con musicisti e pubblici diversi ha aperto il mio sguardo e affinato la mia sensibilità. Ogni esperienza fuori dall’Italia mi ha insegnato ad ascoltare in modi nuovi, a cogliere sfumature che altrimenti sarebbero rimaste nascoste, a misurare la mia voce non solo come suono, ma come racconto universale. La musica che interpreto nel disco non è solo repertorio, è dialogo con luoghi e persone che mi hanno insegnato a rispettare la tradizione senza smettere di far emergere la mia voce. In fondo, il disco è anche il riflesso di queste esperienze: un incontro tra radici e apertura, tra ciò che ho imparato viaggiando e ciò che porto dentro di me come cantante e come persona.
Che tipo di ascoltatore immagini per questo disco?
Credo che Two/gether sia un disco per tutti. Un piccolo episodio che per me è stato molto significativo riguarda una mia giovane allieva, Lucia, che ha 10 anni: dopo aver ascoltato Duke Ellington’s Sound of Love, alla lezione successiva si è presentata cantando l’intero brano, con entusiasmo e meraviglia negli occhi. Per me è una piccola grande vittoria: significa riuscire a raggiungere anche chi ancora non ha gli “strumenti” per comprendere il Jazz, ma che sa percepire la musica nella sua bellezza e nella sua emozione. Two/gether nasce da questa idea: un ascolto autentico, aperto a tutti, che può toccare il cuore sia dei curiosi sia degli appassionati, in cui la musica diventa ponte tra le persone e le emozioni.
Se dovessi raccontare Two/Gether a chi non lo conosce, in poche parole, cosa diresti?
Two/gether è un incontro musicale essenziale, un viaggio fatto di suoni, silenzi e atmosfere, in cui voce e pianoforte si cercano e si ascoltano profondamente. È un disco che nasce dall’emozione e che all’emozione ritorna: ogni brano custodisce una fragilità, un ricordo, un sentimento che prende forma senza filtri. L’invito è quello di avvicinarsi a questo ascolto con apertura e sensibilità, lasciando che la musica accompagni, tocchi e racconti qualcosa di personale a chi sceglie di ascoltarla e farsi coinvolgere.
Si è appena concluso un breve, ma intenso tuor in alcuni importanti club del Sud Italia, fra cui il Duke di Bari e il Rosetta di Matera. Com’è stata l’esperienza di riproporre live questo lavoro?
Il tour di Two/Gether per me è stato, e continua a essere, un modo per capire davvero cosa c’è dentro questo progetto. Perché un disco lo registri, lo fissi in un momento preciso; poi però, quando lo porti sul palco, scopri che quella musica non è ferma. Cambia con gli spazi, con il pubblico, con l’umore della serata, con il modo in cui io e Giovanni ci ascoltiamo in quel momento, c’è un dialogo molto libero, ma mai casuale. È come se voce e pianoforte si muovessero insieme, a volte vicinissimi, a volte lasciandosi spazio. E questa cosa, nel duo, si sente tantissimo: non puoi nasconderti, ogni intenzione arriva subito. Credo che sia proprio questa fragilità, questa esposizione, a rendere Two/Gether così vivo… dal vivo!
L’identikit d’artista: Giovanna Magro
La formazione: doppia laurea con lode in “Canto Jazz” e “Didattica della Musica” presso il Conservatorio “A. Corelli” di Messina.
I premi: è tra i più brillanti talenti del Jazz italiano under 40. Ha vinto il bando ministeriale AIR – Artisti in Residenza (residenza a Tirana nel Maggio 2026), il primo premio alla 7th Swiss International Music Competition di Lugano, il Premio Tomorrow’s Jazz a Venezia e il premio JazzDesignJazz a Milano.
I palcoscenici: attiva stabilmente tra l’Italia e la Spagna (collabora con la Fundación ClasiJazz), si è esibita in contesti prestigiosi come il Teatro Antico di Taormina, il Sicilia Jazz Festival di Palermo e l’Auditorium di Basilea.
La discografia (Jazzy Records):
Composit (2023) – Esordio da leader e autrice dei testi.
Flamingo (2024) – Co-autrice e voce nel disco di Carlo Alberto Proto.
Two/gether (2025) – L’ultimo intimo lavoro in duo con il pianista e compositore siciliano Giovanni Mazzarino.
Per saperne di più: Profili social di Giovanna Magro: Facebook – https://www.facebook.com/profile.php?id=61556552112325 Instagram – https://www.instagram.com/giovannamagromusic/
Website del M° Giovanni Mazzarino: www.giovannimazzarino.it Website dell’etichetta Jazzy Records: www.jazzy-records.com
Il videoclip e le immagini riportate in questo articolo sono di Nunzio Santisi
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
Valentina Gramazio ha incontrato il songwriter e pianista Gio DeCaprio per parlare di “Udinì”, il nuovo singolo pubblicato da Jazzy Records: una canzone sospesa tra racconto, ironia e illusionismo, in cui l’artista costruisce un personaggio ambiguo e magnetico, capace di promettere meraviglia, libertà e impossibile. Ne nasce una conversazione sul valore della narrazione, sul tempo, sulle seconde possibilità e su quella forma sottile di magia che ogni canzone, quando funziona davvero, sa portare con sé.
Gio, il tuo percorso non nasce da una traiettoria lineare: prima gli studi, poi il lavoro in una multinazionale, l’attività forense, e solo in un secondo momento un ritorno più consapevole alla musica. Quando hai capito che la musica non era più soltanto una passione laterale, ma qualcosa che chiedeva spazio?
Credo sia successo lentamente, senza una data precisa. La musica è sempre stata presente, anche quando sembrava relegata a un angolo della mia vita. Ho cominciato da bambino, con un pianoforte verticale che mio padre mi regalò per la prima comunione. Ho studiato per qualche anno, poi ho abbandonato: il solfeggio e gli esercizi non facevano esattamente per me. Però continuavo a suonare a orecchio, a cercare gli accordi, a riprodurre quello che ascoltavo. Per molti anni la musica è stata intermittente, quasi clandestina. Poi, intorno al 2012, ho iniziato a studiare più seriamente e a rimettere insieme i pezzi. Da lì è nata una consapevolezza diversa: non c’era più solo il piacere di suonare, nasceva il bisogno di raccontare qualcosa.
Hai definito te stesso più un artigiano della musica che un musicista “accademico”. Che cosa significa, per te, essere un artigiano delle note?
Significa non venire da un percorso regolare, non aver seguito una strada canonica. Ho imparato molto ascoltando, rubacchiando un po’ qua e un po’ là, come facevano una volta i ragazzi di bottega. Solo che io l’ho fatto con la musica. Sentivo un passaggio di Pat Metheny, un’armonia, un modo di muovere gli accordi, e cercavo di capire come funzionasse. Lo stesso con la musica brasiliana, con la canzone d’autore italiana, con il Jazz. Non mi considero un pianista Jazz in senso stretto, né credo di doverlo essere per quello che faccio. Mi sento più un narratore, un cantastorie, forse. Uno che usa la musica per costruire atmosfere, immagini, piccoli racconti.
Mi hai raccontato che il primo pianoforte che hai ricevuto da bambino è ancora nel tuo studio. Che rapporto hai con quello strumento?
È un oggetto affettivo, prima ancora che musicale; è il pianoforte con cui tutto è cominciato e per questo non è solo uno strumento, ma una specie di testimone: ha assistito alle mie interruzioni, ai miei ritorni, ai miei cambi di strada. Forse è anche il simbolo di una continuità nascosta, perché a volte si pensa di aver lasciato qualcosa alle spalle, ma invece certe cose restano lì, ferme, ad aspettare. Poi un giorno torni, sollevi il coperchio, e capisci che non se ne sono mai andate davvero!
“La vera consapevolezza è arrivata quando ho iniziato a scrivere testo e musica. Prima interpretavo, rielaboravo, suonavo brani di altri. Con la scrittura, invece, ho cominciato a riconoscere una voce mia. Non saprei dire se questa voce sia definibile in modo netto… c’è canzone d’autore, c’è Jazz, c’è Brasile, c’è funk, c’è una certa teatralità, c’è l’ironia, c’è il gusto per il racconto”.
Tra le tue prime scoperte musicali c’è Pino Daniele. Che cosa ha rappresentato per te il suo mondo sonoro?
Pino Daniele è stato una porta: fino a un certo punto ascoltavo soprattutto pop italiano, poi, alla fine degli anni Settanta, sentii quei brani in radio e capii che dietro quel suono c’era un universo che non conoscevo: Jazz, blues, funk, musica mediterranea, canzone napoletana ripensata in modo nuovo. Da lì ho cominciato a cercare. Mi sono avvicinato ad altri linguaggi, ad altre armonie. Per me è stato fondamentale perché mi ha fatto intuire che la canzone poteva essere popolare e sofisticata allo stesso tempo. Diretta, ma non banale.
Nel tuo racconto tornano spesso figure decisive: Nunzio Barraco, Stefano Sabatini, Dario Rosciglione. Che cosa ti hanno lasciato questi incontri?
Nunzio Barraco è stato il mio primo vero maestro. Suonavo con lui negli anni Ottanta, a Roma, e da lui ho imparato moltissimo: le dinamiche, l’armonia, il senso dell’accompagnamento. Mi diceva che il pianista accompagnatore deve suonare poco. Frequentarlo era allo stesso tempo una lezione musicale, ma anche esistenziale. I suoi insegnamenti li porto sempre con me: non strafare, lasciare spazio. Stefano Sabatini, invece, mi ha aiutato a dare ordine a cose che magari facevo già istintivamente, ma senza piena consapevolezza. È stato un maestro vero, raffinato, generoso. Dario Rosciglione è un amico fraterno, oltre che un grande musicista. È una sorta di angelo custode: nelle prove, sul palco, negli arrangiamenti. I suoi consigli sono stati preziosi anche nella costruzione dei miei brani originali.
Quando hai iniziato a scrivere brani tuoi, hai avuto la sensazione di trovare finalmente una tua identità artistica?
Sì, credo di sì. La vera consapevolezza è arrivata quando ho iniziato a scrivere testo e musica. Prima interpretavo, rielaboravo, suonavo brani di altri. Con la scrittura, invece, ho cominciato a riconoscere una voce mia. Non saprei dire se questa voce sia definibile in modo netto… c’è canzone d’autore, c’è Jazz, c’è Brasile, c’è funk, c’è una certa teatralità, c’è l’ironia, c’è il gusto per il racconto. Però il punto centrale, per me, è sempre la narrazione. Anche quando il brano ha un buon groove, anche quando l’atmosfera è leggera, deve esserci qualcosa da scoprire.
Arriviamo a “Udinì”. Già dal titolo c’è un gioco: sembra Houdini, ma non lo è. Chi è Udinì?
Udinì è un personaggio ambiguo, un illusionista, un seduttore, forse un imbroglione elegante. È qualcuno che promette l’impossibile, che sa catturare l’attenzione, che ti fa guardare dove vuole lui. Ma, come spesso accade con gli illusionisti, la verità non è mai dove pensi di trovarla. Mi piaceva l’idea di giocare con il nome, con quell’accento un po’ francese, un po’ chic, quasi piccolo borghese come dice il testo. Udinì è un Houdini laterale, imperfetto, ironico; uno che forse ti libera dalle catene, o forse ti convince soltanto di averlo fatto. Insomma, a Roma lo chiamerebbero “n fino de na…”! È una canzone sull’illusione e sul desiderio di crederci. In fondo tutti abbiamo bisogno di un numero di magia, di qualcuno o qualcosa che ci dica: “dammi gli occhi e io ti stupirò”. Udinì gioca con questa aspettativa. Promette liberazione, meraviglia, impossibile. Ma dietro c’è anche una domanda: quanto vogliamo davvero essere liberati? E quanto, invece, ci piace restare dentro l’incantesimo?
C’è un verso molto forte: “La mia vera strategia non è tanto il risultato, ma rubare l’attenzione dove e quando voglio io”. Sembra quasi una riflessione sul nostro tempo, oltre che sul personaggio.
Esatto. Viviamo in un’epoca in cui l’attenzione è diventata una forma di potere. Chi riesce a catturarla, anche solo per pochi secondi, ha già vinto qualcosa. Udinì è anche questo: un piccolo stratega dell’attenzione. Ma non volevo fare una canzone didascalica o moralista. Mi interessava di più costruire un personaggio teatrale, ironico, un po’ cialtrone e un po’ poetico. Uno che fa sorridere, ma che magari lascia anche un piccolo dubbio.
“Udinì” fa parte del progetto Controtempo. Che rapporto c’è tra questo brano e il disegno complessivo dell’EP?
Controtempo nasce come raccolta di brani che, in modi diversi, ruotano intorno a un’idea: il desiderio umano di opporsi al tempo. Non necessariamente in modo esplicito. Anzi, spesso il tema è nascosto, sottinteso. “Udinì” entra in questo discorso attraverso la metafora dell’illusione. L’illusionista è uno che sospende il tempo per qualche istante. Ti porta altrove, ti fa credere che una legge fisica possa essere violata, che una catena possa spezzarsi, che l’impossibile possa accadere. In questo senso è perfettamente dentro Controtempo.
Il titolo Controtempo è molto evocativo: ha un significato musicale, ma anche esistenziale. Che cosa rappresenta per te?
Rappresenta l’idea di andare contro la direzione obbligata delle cose. Il tempo è la legge più ineluttabile che conosciamo. Tutta la storia dell’arte, della letteratura, del cinema, è piena di tentativi di violarla: il viaggio nell’aldilà, il patto con il diavolo, la fantascienza, il ricordo, la nostalgia. La musica, forse più di altre arti, consente questo piccolo miracolo. Una canzone può riportarti in un luogo, in un’età, in un’emozione. Può far coesistere passato e presente. Per me Controtempo è questo: il tentativo, magari ingenuo, ma necessario, di prendere il tempo in contropiede.
Come nascono i tuoi brani? Parti più spesso da una musica, da una frase, da un’immagine?
Non ho un metodo unico. A volte nasce tutto da un’immagine, a volte da una frase, a volte da un’atmosfera musicale. Spesso le idee arrivano nei momenti meno prevedibili: in viaggio, di notte, mentre sto facendo altro. Non riesco a sedermi e dire: “adesso scrivo una canzone”. Non funzionerebbe. Di solito musica e testo arrivano insieme, o comunque si cercano fin dall’inizio. Poi comincia il lavoro vero: limare, correggere, spostare, rimaneggiare. La parte magica è l’intuizione iniziale; il resto è artigianato.
L’EP è stato registrato con musicisti di grande esperienza. Quanto è importante per te la dimensione collettiva dopo la fase più intima della scrittura?
È fondamentale. La scrittura nasce da solo, in una dimensione molto intima. Però poi i brani devono respirare con gli altri. Quando entrano in scena musicisti come Dario Rosciglione, Amedeo Ariano, Juan Carlos Albelo Zamora, Max Filosi, e quando c’è un lavoro di arrangiamento come quello che ha fatto Enrico Solazzo, la canzone cambia pelle. Io arrivo con una storia, un’intenzione, una struttura. Poi il gruppo le dà corpo, colore, profondità. È lì che capisci se un brano cammina davvero.
Da six: Max Filosi, Dario Rosciglione, Sergio Vitale, Gio DeCaprio, Giorgio Rosciglione, Juan Carlos Albelo Zamora, Enrico Solazzo.
Nel tuo modo di raccontarti c’è molta ironia. È una difesa, uno stile, una necessità?
Forse tutte queste cose insieme. L’ironia mi appartiene. Mi serve per non prendermi troppo sul serio, ma anche per dire cose serie senza appesantirle. Credo che la leggerezza sia una forma di precisione: non superficialità, ma capacità di togliere peso inutile.
Mi piace l’idea che una canzone possa far sorridere e, nello stesso tempo, aprire una riflessione. “Udinì” funziona così: ha un lato scanzonato, quasi da numero di varietà, ma sotto c’è qualcosa di più inquieto.
A chi immagini di rivolgerti con questo progetto? Qual è il pubblico ideale di Gio DeCaprio?
Naturalmente penso a un pubblico adulto, dai quaranta in su, anche perché molte mie influenze vengono dalla canzone d’autore, dal Jazz, dalla musica italiana di un certo periodo. Però mi sorprende sempre vedere che anche persone più giovani conoscono e apprezzano Paolo Conte, De André, Buscaglione. Non vorrei fare musica esclusivamente di nicchia. Mi interessa che ci sia qualità, ma anche accessibilità. Vorrei che chi ascolta fosse coinvolto dal groove, dall’atmosfera, e poi magari si fermasse sul testo. Il testo, per me, deve suggerire qualcosa, magari non spiegare tutto, ma invitare a pensare.
Mi hai detto più volte che che questo progetto, per te che sei un inguaribile ottimista, “apre una seconda vita”. Che cosa intendi di preciso?
Intendo che non è mai troppo tardi per ricominciare, o forse per cominciare davvero. La mia storia non è quella di un musicista che ha seguito una carriera lineare dai vent’anni in poi. È una storia fatta di deviazioni, interruzioni, ritorni. Ma forse proprio questo mi permette di raccontare le cose in un modo personale. Ho vissuto altre vite, fatto altri mestieri, frequentato altri ambienti, ma la musica è sempre stata con me, solo che adesso la vivo con una consapevolezza diversa.
Che cosa vorresti che restasse di Controtempo tra qualche anno?
Mi piacerebbe che qualcuno canticchiasse i miei brani mentre guida o mentre lavora. Sarebbe già moltissimo. Le canzoni, quando entrano nella vita quotidiana delle persone, trovano il loro posto migliore. Non ho l’ambizione di dare risposte definitive, ma mi piacerebbe molto lasciare una sensazione: curiosità, voglia di scoprire, magari un sorriso. E l’idea che tutto può accadere…sempre!
Se Controtempo fosse un luogo?
Una stazione ferroviaria.
Perché proprio una stazione?
Perché è un luogo di partenze, ritorni, attese, coincidenze mancate o ritrovate. Una stazione contiene il tempo in tutte le sue forme: il tempo dell’attesa, quello della partenza, quello del ritardo, quello dell’arrivo. E poi c’è sempre una storia possibile. Ogni persona che passa potrebbe essere l’inizio di una canzone.
E se “Udinì” fosse invece un’immagine?
Un palcoscenico in chiaroscuro, un sipario mezzo aperto, un mazzo di chiavi antiche, una catena che forse si spezza e forse no. E qualcuno che sorride al pubblico come se sapesse una cosa che noi ancora non sappiamo.
Ultima domanda: Gio DeCaprio, alla fine, è più avvocato, musicista, narratore o illusionista?
Forse un po’ tutte queste cose, ma se devo scegliere direi narratore. L’avvocato usa le parole, il musicista usa le armonie, l’illusionista usa l’attenzione. Il narratore prova a mettere insieme tutto questo. E poi, in fondo, anche raccontare una storia è un piccolo numero di magia: prendi qualcosa che non c’è più, o che non c’è ancora, e per qualche minuto lo fai apparire davanti agli occhi di qualcuno
UDINÌ LINE UP Gio DeCaprio– voce, pianoforte acustico · Enrico Solazzo – arrangiamenti e tastiere · Dario Rosciglione – contrabbasso, basso elettrico · Amedeo Ariano – batteria · Juan Carlos Albelo Zamora – violino, armonica cromatica, flicorno · Max Filosi – sassofono
CREDITI TECNICI PRODUZIONE ARTISTICA Dario Rosciglione PRODUZIONE ESECUTIVA Gio DeCaprio, Emanuela Baroni REGISTRAZIONE Simone Sciumbata MIXAGGIO Enrico Solazzo EDIZIONI E DISTRIBUZIONE Jazzy Records / DistroKid
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
È in libreria dal 12 Maggio scorso “L’Arte della felicità – 6 emozioni per pianoforte”, il nuovo libro del musicista e compositore Antonio Fresa. Un piccolo, prezioso volume pensato per essere letto e riletto con calma, proprio come un brano musicale o la scena di un film che rivela qualcosa di nuovo a ogni ascolto o visione. I QR code disseminati fra le pagine rimandano a contenuti audio e video, perché quando le parole non bastano, l’autore ricorre agli strumenti che gli sono più congeniali: la musica, le immagini, il pensiero “multimediale”. Valentina Gramazio l’ha letto, ascoltato e visto per voi: ecco la sua recensione
Che cosa succede quando un musicista abituato a comporre per il cinema, per il teatro, per le grandi architetture della storia italiana, decide di raccontare le emozioni in forma scritta? ”L’arte della Felicità – Sei emozioni per pianoforte”, il nuovo libro – esperienza di Antonio Fresa, offre una delle possibili risposte e lo fa con le parole, l’intuito, il buon gusto e gli strumenti di un “musicista orizzontale” (l’autore mi perdonerà la citazione reloaded di un suo album, “Piano Verticale”) avvezzo alle visioni panoramiche dei belvedere napoletani, dove l’ispirazione sopraggiunge leggera come un canto che arriva dal mare.
Il volume, pubblicato da ChiPiùNeArt Edizioni (pagine 78, 14€), nasce da un percorso artistico che ha già vissuto più dimensioni: prima come colonna sonora del film d’animazione “L’arte della felicità” di Alessandro Rak, poi come docuserie RAI (visibile su RaiPlay), infine come concerto-spettacolo in tour, in cui musica dal vivo, immagini, parole e filosofia si incontrano in una narrazione multistrato, che mescola ricordi, aneddoti e riflessioni che dal personale aprono sempre all’universale, facendoci riflettere su come le emozioni siano in realtà una grande trama sulla quale ciascuno di noi tesse l’ordito della propria esperienza di vita.
“Mala tempora currunt” in ogni angolo del mondo, eppure (o forse proprio per questo) la parola felicità è oggi una delle più inflazionate e fra temi più abusati dalla cultura di massa. Il terreno è scivolosissimo insomma, ma Fresa trova un innesco narrativo semplice e immediato, quello del proprio vissuto, che lo libera dal pericolo dell’ovvietà, scegliendo di tratteggiare con piccoli tocchi impressionisti i contorni delle sei emozioni fondamentali: paura, orgoglio, tristezza, rabbia, amore e felicità. Nessuna verità assoluta, ma semplice osservazione e rielaborazione artistica di quelle vibrazioni e riflessioni che gli stati d’animo fanno nascere negli animi sensibili.
Ciascun capitolo è un invito a fermarsi, ad ascoltare, a riconoscere “a pelle” quel sentire che spesso si tende a semplificare o a nascondere. Lo stile è asciutto, ma coinvolgente, a tratti evocativo, ma mai enfatico. Le citazioni – da Murakami a Sant’Agostino, da Dante a Omero – sono strumenti che ci aiutano ad aprire nuovi spiragli, ci incuriosiscono e ci aiutano ad allargare la visuale, così come i brani musicali, gli spezzoni di film e le suggestioni visive che possiamo attivare tramite QR code, come una sorta di telecomando sentimentale.
Le emozioni, ci ricorda l’autore, non sono solo stati d’animo, ma chiavi di lettura del vivere: “Ho sempre pensato alla musica come a un ponte tra le emozioni e le storie che le contengono. Con questo libro ho fatto il viaggio inverso: dalla musica alla parola, dallo spartito alla pagina”.
Trattandole come veri e propri movimenti di una partitura interiore, Fresa le fa entrare in scena in modo inedito, raccontandole attraverso la sua esperienza di artista poliedrico che attinge ai linguaggi che frequenta nella vita e nella professione: la musica, il cinema, la televisione, le relazioni umane e lo fa con quel leggero disincanto che un figlio di Napoli porta sempre con sé, non come fardello, ma come kit di sopravvivenza.
Antonio Fresa in dialogo con Rosario Pellecchia durante la presentazione de L’Arte della Felicità a Milano a Lepontina8, il 29 Maggio scorso
E così, dalla cassetta degli attrezzi del “perfetto survivor emozionale”, l’autore estrae acute riflessioni e divertenti invenzioni. Utilizza l’esempio delle note basse e delle dissonanze per parlarci della paura. Sceglie il tema de “La battaglia di Vincenzo” sulle immagini del docufilm “4 Giorni per la libertà” di Massimo Ferrari per affrontare il tema dell’”orgoglio”. Per trattare la “tristezza” si produce al piano in un’avventurosa variazione in minore della Felicità musicale più celebre dell’universo Pop, quella firmata Al Bano e Romina, rendendo evidente che le contrapposizioni sono l’anima dei sentimenti. L’amore è evocato invece dalla toccante metafora delle costellazioni, quelle persone a cui ci sentiamo più legati e che come fili si incrociano creando solide reti di protezione affettiva. Fresa ci racconta poi della rabbia tirando in ballo a sorpresa il sentimento della tenerezza ed evocando quell’abbraccio che tanti di noi avrebbero voluto ricevere in un momento di forte collera. Un abbraccio che, in certi momenti, può ristorarci in modo talmente profondo da farci vivere un attimo di intensa… “felicità”, che è poi l’ultimo movimento del libro e quello che in fondo fa sintesi dei primi cinque grazie al ricordo commovente di un regalo che da New York City arriva a Napoli, cambiando per sempre il destino dell’autore.
Eppure, nonostante i suggerimenti, i rimandi, il ricorso ad esempi di grandi autori della musica e del cinema, Fresa torna sempre a raccomandarci di sintonizzare le sue parole sul nostro vivere, perché è proprio l’esperienza che facciamo ogni giorno di noi stessi e del mondo che ci rende uomini e ci distingue dalle macchine e dalle sempre più pervasive intelligenze artificiali.
Con l’Arte della Felicità, Antonio Fresa firma un’opera personale e molto originale. Parlo volutamente di opera nonostante il piccolissimo formato proprio perché la inquadro nel più ampio contesto artistico multimediale e ipermediale in cui è stata concepita, anzi direi proprio orchestrata. La sua formazione classica e la sua sensibilità contemporanea si riflettono nel modo in cui, sotto traccia, affronta il tema dell’educazione emotiva, senza mai cedere alla tentazione della semplificazione. Un libro che avremo sempre il piacere di sfogliare come un atlante in cui navigare alla ricerca del nostro stato d’animo, anche con l’ausilio di quella tecnologia che oggi promette di farci rimanere sempre connessi. Purtroppo non sempre con noi stessi.
Antonio Fresa: musicista, direttore d’orchestra e compositore di colonne sonore per cinema e tv. Nasce a Napoli nel 1973 e i suoi amori musicali sono Roberto De Simone, Pino Daniele, Frank Sinatra e i Pink Floyd. Tra le sue creazioni, le Vatican Chapels e il Labirinto di Borges alla Fondazione Cini di Venezia, le musiche originali per il Pantheon di Roma e per il Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli. Da solista realizza l’album “Piano verticale”. Collabora con Ornella Vanoni, Joe Barbieri, Bungaro, Carl Anderson, Kantango, Fabrizio Fiore, Nino Buonocore, Pasquale Catalano. Firmato colonne sonore per i film di Antonietta De Lillo, Stefano Incerti, Alessandro Rak, Anselma Dall’Olio, Vincenzo Marra e per Reliving at Pompeii con la supervisione del regista Adrian Maben, sorta di making of di Pink Floyd: Live at Pompeii del 1971. Più volte in nomination, ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Vincitore del SIAE Music Awards 2024 per le musiche del film-tv “I cacciatori del cielo”.
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
Dopo il positivo riscontro registrato ad Roma Arte in Nuvola, Giovanni Scucces accoglie nel suo splendido contenitore di arti ed eccellenze siciliane SACCA a Modica la mostra “L’Io, Noi e i Luoghi”. Protagonisti sono il talento e la visione artistica di due artisti in dialogo: Marilina Marchica (Agrigento, 1984) e Gabriele Salvo Buzzanca (Barcellona Pozzo di Gotto, ME – Venezia, 1986). Dato l’interesse riscosso in fiera, la galleria ha voluto inserire in programmazione una mostra basata su quel nucleo di opere e integrarlo con alcune novità. La mostra, inaugurata il 22 Febbraio scorso, è visitabile fino al 6 Aprile e la curatela è dello stesso Scucces, grande appassionato e imprenditore visionario che nulla lascia al caso.
Arte e paesaggio, un legame indissolubile
Le opere in mostra si concentrano sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, un dialogo costante che si sviluppa sia sul piano personale (Io) che su quello collettivo (Noi). Il paesaggio, elemento cardine di questa esposizione, diventa così un testimone silenzioso delle nostre esistenze, riflettendo i cambiamenti sociali, culturali ed economici.
Il territorio non è solo uno spazio fisico, ma una stratificazione di memorie e identità che si trasformano nel tempo. Come sottolineato dal concetto di “non luoghi” elaborato dll’antropologo Marc Augé, la globalizzazione ha spesso portato alla perdita di identità degli spazi, generando ambienti anonimi privi di riferimenti storici e culturali. Questa tematica emerge chiaramente nelle opere di Buzzanca, in cui personaggi spaesati si muovono in scenari privi di riconoscibilità, e nei paesaggi evocativi di Marchica, che invece tenta di recuperare e preservare la memoria dei luoghi.
Marilina Marchica, Frammento Casa di FamigliaMarilina Marchica, Red LandscapeGabriele Salvo Buzzanca, La sogliaGabriele Salvo Buzzanca, Fuoco eterno (Vento di scirocco)
Astrazione e memoria: la poetica di Marilina Marchica
L’arte di Marilina Marchica si caratterizza per la capacità di condurre il paesaggio all’essenza più pura, attraverso una sintesi estrema che elimina il superfluo. Le sue opere, scarne di dettagli, trasmettono un senso di fragilità e poesia. L’artista utilizza materiali poveri o di recupero, come carte, ossidi minerali e terre, elementi che conferiscono alle sue opere una dimensione tattile, vissuta, materica. Le sue composizioni evocano la Sicilia, la sua terra d’origine, con i suoi altipiani assolati e le distese brulle che si dissolvono nell’orizzonte.
Un esempio emblematico del suo lavoro sono i “Landscapes”, paesaggi minimali e sospesi che incarnano luoghi dell’anima, capaci di risvegliare ricordi e sensazioni. Un altro ciclo significativo è quello dei “Frammenti”, in cui recupera e stratifica tracce del passato, come i calchi e i frottage realizzati a Poggioreale, piccolo borgo siciliano abbandonato dopo il terremoto del Belice.
Attraverso queste opere, Marchica si fa custode di memorie individuali e collettive e trasforma il processo artistico in un atto di conservazione e riscoperta del genius loci, che nella tradizione pagana degli antichi romani definiva l’anima, lo spirito buono o cattivo dei luoghi.
Scopri di più su Marilna Marchica: https://www.sacca.online/portfolio/marilina-marchica/
L’umanità sospesa nelle opere di Gabriele Salvo Buzzanca
Le opere di Gabriele Salvo Buzzanca esplorano la condizione umana attraverso una rappresentazione inquieta e straniante. I suoi personaggi appaiono turbati, svuotati, quasi attoniti: figure intrappolate in un’esistenza che non ammette debolezze né fallimenti. Immersi in scenari vaghi e indefiniti, talvolta irreali, sembrano sospesi tra un presente alienante e un futuro incerto.
I volti delle sue figure non si rivolgono mai direttamente allo spettatore, come se volessero evitare un ulteriore confronto con una realtà opprimente. Sono maschere pirandelliane, strumenti di difesa contro una società sempre più virtuale, edulcorata e disumanizzante. Ma al tempo stesso, sono i volti di uomini e donne comuni, travolti dall’ansia di un futuro che appare sempre meno attraente.
Il contrasto tra illusione e realtà è un elemento ricorrente nel lavoro di Buzzanca. I suoi paesaggi, dai colori accesi e dalle tonalità talvolta innaturali, evocano un mondo esteticamente attraente, quasi idilliaco. Tuttavia, dietro questa patina di perfezione si nascondono insidie e inquietudini, riflessioni sui temi più attuali della società contemporanea. In altre opere, invece, emerge una sensazione di sospensione, come se tutto fosse in attesa di un cambiamento imminente.
Buzzanca trasforma il paesaggio in uno specchio emotivo del nostro tempo, un luogo in cui si riflettono ansie, aspettative e trasformazioni. Una visione che richiama le parole del filosofo Henri-Frédéric Amiel: “Qualsiasi paesaggio è uno stato d’animo”.
Scopri di più su Gabriele Salvo Buzzanca: https://www.sacca.online/portfolio/gabriele-salvo-buzzanca/
Tutto quello che c’è da sapere sulla mostra
L’esposizione rimarrà aperta fino al 6 aprile 2025 presso la galleria SACCA di Modica. Un appuntamento consigliato a tutti gli appassionati di arte contemporanea e a chiunque voglia immergersi in un viaggio visivo e concettuale tra passato, presente e futuro e scoprire due grandi talenti dell’arte contemporanea siciliana.
📍 Dove: galleria SACCA, Modica (RG), via Sacro Cuore 169/A 📅 Quando: fino al 6 aprile 2025 🎨 Artisti: Marilina Marchica e Gabriele Salvo Buzzanca
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
L’artista siciliana si racconta in un progetto composito di poesia e grafica, il libro “NOTE DI CAOS. Appunti di vita”, che sarà presentato il 27 febbraio a Catania nel corso della sua prima mostra personale
Che cosa succede quando il caos si insinua talmente a fondo nella nostra vita tanto da divenire un mezzo per esprimerci e per rivelare in modo diretto chi siamo? Francesca Patanè se lo è chiesto e lo racconta e lo illustra nel suo primo libro, “NOTE DI CAOS. Appunti di vita”, un’opera in cui mette a nudo sé stessa e che nasce dall’urgenza di dare forma all’informe, di trasformare pensieri sparsi in un intreccio di parole e immagini. Il progetto sarà presentato ufficialmente il 27 febbraio a Catania, presso Piazza Scammacca, nel contesto di una mostra personale. “NOTE DI CAOS. Appunti di vita” è una raccolta di versi e riflessioni che esplora l’universo interiore dell’autrice attraverso una fusione originale tra arti di diversa natura: la poesia e la grafica. L’autrice è Francesca Patanè, brillante creativa siciliana, di professione graphic designer, che in questo originale progetto ha fatto confluire i suoi molteplici talenti: la grafica pubblicitaria, ma anche la scrittura e la capacità introspettiva, qui utilizzata quasi come fosse una matita, un colore, o… un mouse per mettere su carta nuovi mondi e nuovi significati.
Un libro e una mostra come progetto unico e coerente
“NOTE DI CAOS. Appunti di vita” esplora con uno stile che unisce il minimalismo grafico a una scrittura sincera e diretta le molteplici sfaccettature dell’esperienza umana: l’amore, i ricordi, gli errori e la continua ricerca del significato dietro la nostra esistenza. Per l’autrice la scrittura diventa un mezzo per raccontare la sopravvivenza e la resistenza di fronte al caos della vita, senza giudizio ma con una profonda condivisione emotiva. Ecco perché Francesca definisce il libro “un atto di esplorazione e di gratitudine, un grazie a braccia aperte”. Con una prosa intima e allo stesso tempo universale, le pagine affrontano le contraddizioni della vita con sincerità, senza filtri, offrendo al lettore un’esperienza intensa e, soprattutto condivisibile. Una conferma del fatto che tanti pensieri, emozioni, dubbi e sofferenze che attraversano le nostre giornate sono esperienze comuni a chiunque: in queste poesie-esternazioni possiamo riconoscere noi stessi, specchiarci e ritrovarci un po’ meno soli nel caos della vita che il titolo del progetto, giustamente, mette al centro della narrazione. Il volume, che è uscito ufficialmente il 12 febbraio scorso verrà presentato al pubblico giovedì 27 Febbraio nel corso di una mostra personale, naturale estensione visiva del libro, allestita nella “sala teatro” di Piazza Scammacca, il mercato coperto catanese contenitore di sapori, cultura ed esperienze. Per l’esposizione Francesca ha selezionato 15 opere di medio e grande formato, in bianco e nero e a colori. Potremmo definirli “quadri del sé”, questi artwork che reinterpretano i testi dell’autrice attraverso una sintesi grafica essenziale e d’impatto, creando un ponte tra linguaggio visivo e narrativo. Durante l’evento, sarà possibile acquistare stampe su commissione e il libro in un’edizione limitata e numerata.
L’autopubblicazione, un atto di libertà creativa
Il progetto è stato interamente autopubblicato: l’autrice ne ha curato ogni fase della realizzazione, dalla scrittura alla progettazione grafica, fino alla scelta del formato e della distribuzione (che avverrà via Amazon in formato fisico e eBook); anche l’allestimento della mostra è frutto della sua dimestichezza con la produzione e la fruizione delle immagini. Questo approccio, peraltro, le ha permesso di mantenere una solida coerenza estetica e concettuale e ha trasformato il libro in un’opera d’arte a tutti gli effetti, in cui ogni dettaglio riflette la sua visione personale e la sua sensibilità artistica. Con questa scelta, Francesca Patanè dimostra come la strada dell’autoproduzione possa essere un’opportunità per avere un maggiore controllo sulla propria arte.
L’artista
Francesca Patanè è un’artista e designer nata a Taormina nel 1985 e attualmente residente a Catania. Dopo una formazione in Graphic Design all’Accademia di Belle Arti e un’esperienza di otto anni a Berlino, ha sviluppato un linguaggio espressivo che mescola poesia e design, influenzato dalla letteratura, dalla geometria e dalla memoria. Le sue opere hanno trovato spazio in mostre collettive e in boutique artistiche, trasformandosi anche in collezioni di abbigliamento e accessori.
La mostra
📅 Data: Giovedì 27 febbraio 2025 🕕 Orario: 18:30 📍 Luogo: Piazza Scammacca, 9 – Catania 🎟 Ingresso: libero e gratuito 📞 Info e contatti: francesca.patane.design@gmail.com 📸 Instagram: @francesca.patane.design
Il libro
Titolo: NOTE DI CAOS. Appunti di vita Autore: Francesca Patanè Data di uscita: 12/02/2025 Disponibile su: Amazon (versione e-book e cartacea) https://www.amazon.it/dp/B0DVRSLM7S
Piazza Scammacca
Il primo mercato metropolitano di Catania: una piazza coperta che ospita 4 ristoranti monotematici, una pizzeria, un cocktail bar, una cantina ed uno spazio dedicato agli eventi, con cucine a vista e servizio al tavolo condiviso per tutti i locali.
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
Chitarrista raffinato e compositore promettente, fresco di primo posto al concorso per giovani talenti “Chicco Bettinardi”, il chitarrista Carlo Alberto Proto esordisce da solista con Flamingo, un album che intreccia esperienze, passioni e influenze musicali che spaziano dal Jazz mediterraneo al flamenco. Pubblicato da Jazzy Records e prodotto con la collaborazione del pianista e compositore Giovanni Mazzarino, il lavoro rivela una visione del Jazz che fonde tradizione e innovazione come chiave per incontrare un pubblico sempre più trasversale rispetto ai generi musicali, costantemente alla ricerca di idee, qualità ed emozioni. In questa intervista Carlo Alberto ci racconta la genesi di Flamingo, il suo amore per la musica nato tra le corde della chitarra e maturato attraverso collaborazioni di prestigio e i suoi successi frutto di passione e grande impegno.
Le immagini e il video sono di Nunzio Santisi
La cover dell’album
Ciao Carlo, come è entrato il Jazznella tua vita?
Mio padre è sempre stato un grande appassionato di rock, e in casa mia la musica di ogni genere ha sempre avuto un ruolo centrale. A tredici anni, affascinato dai miei “guitar heroes” – Carlos Santana, David Gilmour, Eric Clapton, Jimi Hendrix – chiesi ai miei genitori una chitarra elettrica. Da quel momento non me ne separai più. Iniziai il mio percorso musicale sotto la guida del Maestro Maurizio Salerno, che mi introdusse all’ascolto del Jazz. Gli anni di studio furono all’insegna della scoperta e del divertimento: trascorrevo interi pomeriggi ad assimilare i miei soli e riff preferiti, esplorandone il linguaggio musicale con entusiasmo. Terminato il Liceo, decisi di dedicarmi completamente alla musica e tentare l’ammissione al Conservatorio nel corso di Chitarra Jazz. Fin dai primi ascolti, rimasi affascinato dalle armonie raffinate, dai mille colori sonori e, soprattutto, dall’incredibile libertà espressiva che il jazz offre ai suoi musicisti. È proprio questo aspetto artistico ad avermi conquistato: il Jazz è ricerca del bello, è espressione autentica di sé, fatta di emozioni, idee, energia. Un’arte libera, senza compromessi commerciali a contaminarne la purezza creativa. Per me, il jazz è proprio questo: Ars gratia artis.
Quali sono stati i tuoi ascolti, quali le esperienze importanti?
Il mio percorso di ascolto è iniziato con chitarristi leggendari come Django Reinhardt e Wes Montgomery, per poi espandersi a figure fondamentali del pre be-bop, come Louis Armstrong, Lester Young e le grandi orchestre di Count Basie e Benny Goodman. Ancora oggi ascolto molto i chitarristi: la chitarra è uno strumento estremamente particolare, e mi affascina sempre scoprire le soluzioni armoniche, tecniche e timbriche che i grandi riescono a trovare, tracciando la strada per noi comuni mortali! Oggi i miei principali punti di riferimento sono Pat Metheny, Peter Bernstein, John Scofield e Kurt Rosenwinkel. Tra le esperienze formative più significative, sicuramente spiccano gli anni in Conservatorio con il Maestro Giovanni Mazzarino. Oltre a trasmetterci un metodo e una chiave di lettura per entrare nel mondo del jazz, ha sempre incentivato la nostra crescita attraverso concerti in combo, Big Band e masterclass. Dopo il Conservatorio, ho trascorso nove mesi in Andalusia presso il Jazz Club “Clasijazz”, dove ho avuto l’opportunità di suonare in diversi progetti con musicisti di varie nazionalità e di incidere un disco con la ClasiJazz BigBandPro, un’orchestra che riunisce alcuni tra i migliori jazzisti di Spagna. Un’esperienza straordinaria, resa ancora più speciale dalla presenza di un autentico monumento della storia del jazz mondiale: Bobby Watson.
Il Concorso Nazionale “Chicco Bettinardi” è una delle competizioni più prestigiose per i giovani talenti del jazz in Italia. Cosa ha significato per te partecipare e vincere questo premio?
Partecipare al Bettinardi mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con musicisti straordinari e di esibirmi in un contesto altamente stimolante. Aver ricevuto questo meraviglioso premio insieme al talentuosissimo Andrea Paternostro è una grande soddisfazione, non solo per il riconoscimento in sé, ma perché conferma che la mia ricerca musicale sta andando nella giusta direzione. È stata una serata di altissimo livello e sono onorato di aver condiviso il palco con artisti così talentuosi.
Carlo Alberto Proto e Andrea Paternostro, primi classificati al Concorso Chicco Bettinardi 2025
Come è nato il progetto del tuo primo album solista “Flamingo”?
Sin dall’inizio dei miei studi musicali, ho dedicato particolare attenzione all’aspetto compositivo, accumulando diverse composizioni nel “cassetto”. Dopo il mio ritorno dalla Spagna, iniziai una serie di incontri con il Maestro Mazzarino. Di volta in volta, gli presentavo una nuova composizione che suonavamo insieme e sulla quale il Maestro operava gli arrangiamenti. Giunti ad un numero considerevole di brani arrangiati, il Maestro mi disse: ”È arrivato il momento di registrare!”
Che cosa rappresenta per te questo album? C’è un messaggio o un tema centrale che vuoi trasmettere?
Questo lavoro ha un sapore unico poiché racchiude esperienze di vita, racconti, emozioni e affetti. Il mio motto è “alle esperienze e agli affetti”: alla fine, ciò che conta è ciò che hai vissuto e le persone che ti vogliono bene. “Flamingo” ha un significato particolare, richiamando non solo la copertina dell’album dal suono ipnotico delle tastiere “Mr. Hands” di Herbie Hancock, con il suo fenicottero, ma anche rendendo omaggio alla Spagna, poiché in spagnolo “fenicottero” si traduce in “flamenco”. Ecco, questo album rappresenta un tributo profondo alle emozioni e alle esperienze che ho vissuto.
In un tuo recente post pubblicato sui social hai parlato del Maestro Giovanni Mazzarino come di una guida fondamentale. In che modo il suo insegnamento ha influenzato il tuo approccio alla musica e al jazz?
Il Maestro mi ha trasmesso una visione profonda del jazz, insegnandomi a cercare sempre l’essenza della musica oltre la tecnica. Con lui ho affinato il senso dell’armonia, l’importanza dell’interplay e il valore della ricerca stilistica. Il suo modo di concepire la musica mi ha spinto a sviluppare una voce personale sulla chitarra, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione ma senza rinunciare all’esplorazione sonora. È stato un immenso onore collaborare con il Maestro per questo disco. Fin dalla prima volta in cui l’ho ascoltato all’opera, ho potuto apprezzarne la straordinaria competenza e l’altruismo nel mettersi a disposizione degli altri musicisti, in particolare dei più giovani. I brani non suonerebbero così senza il suo prezioso contributo. Dal punto di vista pianistico, ho particolarmente apprezzato due tratti distintivi della sua arte: la scelta dei voicing, sempre volti ad esaltare la melodia, e il suo solismo di altissimo livello. Non potrei essere più soddisfatto di questa collaborazione.
Giovanna Magro e Giovanni Mazzarino
Alcuni brani sono cantati da Giovanna Magro. Come è nata questa collaborazione e cosa ha portato di unico al progetto?
Collaboro con Giovanna Magro da molti anni. Oltre a possedere una straordinaria padronanza del suo strumento e una profonda conoscenza della sua arte, ciò che apprezzo di più in lei è il suo timbro meraviglioso e la forza espressiva che riesce a infondere in ogni interpretazione. Quando inizia a cantare, è subito magia. Inoltre, Giovanna ha composto i testi di due brani presenti nell’album: “Atardecer” e “You’re That Place”. Credo che non avrebbe potuto trovare parole migliori per esprimere le emozioni intrinseche a queste composizioni.
Francesco Scopelliti alla batteria e Tommaso Pugliese al contrabbasso nell’album sono i musicisti che hai scelto per accompagnarti in questa esperienza… perché hai scelto loro?
Entrambi sono musicisti di grande talento, con una ritmica solida e una notevole creatività. La loro presenza ha conferito un valore aggiunto al progetto. Vorrei anche sottolineare che sicuramente, oltre alla solidità del gruppo, la differenza l’ha fatta chi ha registrato e datoforma sonora al nostro lavoro ossia Vincenzo Cavalli, un professionista eccezionale, dotato di un grande orecchio e capacità di interpretare rapidamente le richieste dei musicisti. Sono molto soddisfatto del suono che ha conferito al disco.
Carlo Alberto al Sonoria StudioTommaso PuglieseFrancesco ScopellitiAl lavoro per la registrazione di Flamingo
Prima di Flamingo è uscito il singolo “Cabo de Gata”. So che c’è una storia dietro questo brano…
Cabo de Gata è una riserva naturale di straordinaria bellezza, caratterizzata da spiagge incontaminate e calette stupende, prive di qualsiasi segno di presenza umana. Ho vissuto momenti magici in questo luogo di bellezza intatta, sperimentando una spensieratezza simile a quella dell’infanzia. Il brano è suddiviso in tre sezioni. Nella sezione A, ho scelto un ritmo incalzante, ispirato alle ritmiche Partido Alto tipiche dello stile chitarristico di João Bosco. Questo ritmo evoca l’adrenalina di chi sa di dover affrontare una giornata meravigliosa, come quando eravamo in viaggio per Cabo de Gata. Per la sezione B, ho optato per un ritmo diverso, inquadrabile nel bolero. La melodia e gli accordi sono fortemente influenzati dalle tonnellate di flamenco che ho ascoltato durante la mia permanenza in Andalusia. La sezione C, in contrapposizione con le altre due, è suonata in “Half Time Feel”, con un tempo Even Eight’s Latin feel e caratterizzata da un susseguirsi di accordi molto tensivi e moderni: min (Maj7). Il finale riporta l’ascoltatore nuovamente in Andalusia, con una melodia suonata all’unisono da tutti gli strumenti.
Il Jazz è tutt’altro che morto e, finchè ci sarà interesse per la musica autentica, non morirà mai.
Quali sono i tuoi brani preferiti nell’album e perché?
Ogni brano è speciale, poiché racconta un momento di vita, un’emozione o uno stato d’animo diverso. Forse il più intenso è “Atardecer”, un brano ispirato a una passeggiata serale con Giovanna, durante la quale ci siamo soffermati ad ammirare uno dei tanti tramonti andalusi. In quel momento, la musica è fluita dalle mie mani in modo quasi spontaneo. Giovanna, avendo condiviso con me sia il momento che l’emozione che hanno dato vita al brano, è riuscita a trasmettere tutta l’intensità attraverso il testo e la sua toccante interpretazione.
Come vedi l’evoluzione del Jazz oggi e quale pensi sia il suo ruolo nella musica contemporanea?
Il Jazz è tutt’altro che morto e, finché ci sarà interesse per la musica autentica, non morirà mai. Tuttavia, ritengo molto remota la possibilità di uscire dallo stato di “musica di nicchia”. In una società sempre più frenetica, con meno tempo a disposizione, diventa sempre più difficile trovare nel pubblico generale potenziali fruitori di jazz. Questo è dovuto alla soglia di attenzione media ai minimi storici e all’utilizzo della musica rilegato a sottofondo per altre attività: purtroppo la qualità dei prodotti che “passano” per i canali principali (radio,tv,social networks) risente tremendamente di questi due aspetti.
Quali consigli daresti ai giovani musicisti che vogliono intraprendere una carriera nel Jazz?
Il consiglio che mi sentirei di dare anche a me stesso, considerandomi ancora relativamente giovane, è di seguire la propria passione, di essere sempre autentici e di non considerare mai di essere arrivati a destinazione: il percorso di apprendimento è infinito.
L’artista
Carlo Alberto Proto, chitarrista e compositore siciliano di Maletto (CT), si è laureato con lode in Chitarra Jazz presso il Conservatorio “A. Corelli” di Messina sotto la guida di Giovanni Mazzarino. Ha affinato la sua formazione con maestri del calibro di Fabrizio Bosso, Enrico Intra, Bebo Ferra, Rosario Giuliani e Eddie Gomez.
Si esibisce come band leader in rinomati club europei, tra cui la Fundación ClasiJazz di Almería e The Concorde Club di Southampton. Dal 2017 collabora stabilmente con la cantante Giovanna Magro, portando i loro progetti su palcoscenici internazionali come il Teatro Antico di Taormina e il Sicilia Jazz Festival. Nel 2021 ha fondato il collettivo VARK3S, con cui ha vinto il premio “Miglior Composizione” all’International Jazz Festival Johnny Raducanu in Romania. Nel febbraio 2025 ha vinto il prestigioso Concorso “Chicco Bettinardi” ” per i giovani talenti promosso dal Piacenza Jazz Club.
Ha collaborato con big band come la Corelli Jazz Band e la Clasijazz Big Band Pro, condividendo il palco con artisti del calibro di Bobby Watson e Fabrizio Bosso. Il 5 ottobre 2024 è uscito il singolo Cabo de Gata, anteprima del suo album Flamingo (Jazzy Records). Attivo anche come docente, svolge un’intensa attività didattica in Sicilia.
Discografia
Flamingo – Carlo Alberto Proto feat. Giovanni Mazzarino (Jazzy Records, JR0034)
In The Valparaiso Foundation – Bobby Watson, Duccio Bertini & Clasijazz Big Band Pro (Clasijazz, 2022)
Composit – Giovanna Magro feat. Giovanni Mazzarino (Jazzy Records, JR0030)
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
Modica, cuore nobile della Sicilia barocca, accoglie in questi giorni a Palazzo De Leva “This Must be the Place”, mostra del fotografo Ruggero Ruggieri. Inaugurata il 12 ottobre e visitabile fino a domenica 27, il progetto indaga l’anima più profonda dell’uomo e del mondo che lo circonda.
“This Must Be the Place”: il titolo della mostra è un omaggio al film di Paolo Sorrentino interpretato da uno Sean Penn trasfigurato nell’icona anni ’80 Robert Smith della band The Cure e ci racconta già molto dell’intento narrativo di Ruggero Ruggieri, fotografo trevigiano con radici modicane, protagonista di un’importante mostra in uno degli indirizzi più affascinanti di Modica, Palazzo de Leva. Tuttavia qui ci troviamo di fronte a una doppia citazione, perché “This Must be the Place” è a sua volta il titolo del brano che David Byrne scrisse nel 1983 per i suoi Talking Heads. È un ben orchestrato gioco di specchi insomma: le impressioni emotive del passato creativo, folle e visionario targato anni ’80, si riflettono e si moltiplicano in una serie di nuove immagini che tracciano un percorso di introspezione, dove la manipolazione fotografica operata da Ruggieri diventa una porta per accedere a significati altri. Lo sottolineano egregiamente le parole del curatore di questa esposizione, Giuseppe Cicozzetti:
“La fotografia di Ruggero Ruggieri, dopo che l’osservatore ha superato ogni naturale vertigine, spiega come le manipolazioni siano un elemento funzionale alla ricerca visuale. Non c’è dubbio che l’autore, la sua ricerca lo dimostra, si scosti dalla semplice raffigurazione del reale e che trasformi un dato, un dettaglio, un volto per inserirli in un quadro concettuale. La realtà dunque ne esce trasfigurata, piegata alle intenzioni del fotografo.
Con questa mostra modicana Ruggieri celebra due decenni di carriera dedicata alla fotografia come ricerca dell’essenza; Giuseppe Cicozzetti ha saputo valorizzare la complessità di questo lavoro, contestualizzandolo nel più ampio percorso dell’autore, sottolineando come le sue fotografie non siano semplici rappresentazioni della realtà, ma piuttosto uno strumento di indagine esistenziale, in cui ciascuno può ritrovare frammenti di sé e del proprio vissuto. Attraverso scatti che catturano l’ordinario, il quotidiano, la notte, l’artista ci invita a riflettere su ciò che siamo e su ciò che ci circonda. L’identità, tema centrale dell’esposizione, è declinata in mille sfumature. Non si tratta solo dell’identità individuale, ma anche di quella collettiva, di quella di un luogo, di una cultura. Dal testo critico del curatore:
Ruggero Ruggieri è abile a evitare le trappole che possano accostarlo a una fotografia piana: i suoi dubbi circa l’identità, gli stessi che girano intorno al trono del “chi siamo”, sono i nostri e non se ne allontana: il terribile e il grandioso si uniscono per convincerci che siamo altro da quello che vediamo nel riflesso di uno specchio, che l’identità altro non è che un apparato liquido, pronto a mutare.
Le immagini di Ruggieri, oltre la semplice rappresentazione visiva, ci spingono a interrogarci sul senso del tempo, della vita, dell’esistenza stessa. Può una fotografia porci una domanda? Certamente sì, anzi è il suo compito: This Must be the Place?
la locandina della mostra
Immagini dal Vernissage del 12 ottobre
Fotografie di Francesco Pitino scattate durante l’inaugurazione della mostra di Ruggero Ruggeri a Palazzo De Leva , Modica, pubblicate per gentile concessione dll’autore
Chi è Ruggero Ruggieri
Ruggero Ruggieri è un artista di fama internazionale, le cui opere sono state esposte in prestigiose gallerie e musei. La sua partecipazione a numerose mostre collettive e personali in Italia e in Europa, nonché la presenza delle sue fotografie nella collezione permanente del Museo della Fotografia di Charleroi, testimoniano il suo talento e la sua capacità di emozionare il pubblico. La mostra a Modica è un’occasione unica per immergersi nel suo mondo visionario. un’esperienza che non può mancare per tutti gli appassionati di fotografia e per coloro che desiderano intraprendere un viaggio alla scoperta di sé stessi.
Info utili per visitare la mostra
RUGGERO RUGGIERI – THIS MUST BE THE PLACE
Dove: Palazzo De Leva, via De Leva 14, Modica Quando: fino al 27 ottobre Orari: dal giovedì alla domenica, 17:00-20:00 Ingresso: gratuito
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.
Incontro con Stefano Gazzola, graphic designer udinese che ha contribuito con i suoi lavori a fare crescere molte aziende del suo territorio con uno stile fatto di eleganza, coerenza e creatività.
Pordenonese trapiantato a Udine, classe 1966, Stefano Gazzola è un Art Director con oltre 40 anni di esperienza nel campo del graphic design e della comunicazione visiva. Ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità nelle più importanti agenzie di comunicazione friulane lavorando per diversi marchi a livello internazionale. Nel 1997 ha fondato Portfolio, studio che con una sapiente combinazione di creatività, professionalità e competenza e un approccio ravvicinato e collaborativo con i clienti, gli ha permesso di diventare un vero “artigiano della comunicazione”, impegnandosi ad offrire sempre soluzioni efficaci e innovative. Comunic’arti lo ha incontrato per un’interessante chiacchierata sulla comunicazione, sul processo creativo e su come l’impatto sempre più invasivo delle tecnologie digitali sta cambiando un mestiere che qualcuno, come lui fa ogni ogni giorno, cerca ostinatamente di mantenere “umano”.
Dopo alcuni anni di esperienza all’interno di agenzie, hai compiuto molto presto il “grande passo” verso l’autonomia professionale fondando a Udine, città ricca di professionisti e di agenzie, la tua realtà: Portfolio. Come hai gestito la tua transizione da dipendente a imprenditore?
In realtà non c’è stata una vera e propria transizione perché non sono mai stato un dipendente all’interno di un’agenzia. Ho sempre preteso e avuto un’autonomia professionale e collaborato solo come free-lance. Questo mi ha permesso di seguire anche clienti e progetti miei e soprattutto di mantenere sempre vivo in me un approccio attivo, consulenziale, di pensare sempre come fossi un imprenditore. Questo mi ha reso sempre più coinvolto nei progetti, mi ha aiutato a sentirmi più vicino alla realtà dei clienti come un vero e proprio partner. Questo modo di pensare mi ha molto aiutato a gestire in modo più flessibile la mia dimensione di creativo e di imprenditore.
Qual è la tua filosofia di lavoro e cosa ti distingue dagli altri professionisti del settore?Quali sono le tue fonti di ispirazione nell’arte, nella cultura e nel design?
Metto la professionalità davanti a tutto, ossia la cultura del lavoro, l’affidabilità, la coerenza delle idee, l’esperienza. Ho affinato negli anni il mio stile personale che non è soltanto questione di estetica, ma anche di come mi pongo nei confronti del cliente e del suo progetto: con molto rispetto, cercando sempre un dialogo che ci consenta di coltivare un terreno comune su cui fare crescere l’identità dell’impresa attraverso la bellezza, la semplicità e lo stile. Creativamente faccio riferimento ai grandi maestri che mi hanno ispirato da giovane come Milton Glaser, Saul Bass, Bob Noorda, Bruno Munari, e a quelli della maturità professionale, fra cui Neville Brody, David Carson, Paula Scher. Il tutto sempre influenzato da una cultura POP/Rock prevalentemente americana sia in campo letterario che musicale.
Descrivici il processo creativo che affronti quando inizi un nuovo lavoro, sia esso di design, sul web o di altra natura.
Dal punto di vista di come sviluppo un’idea utilizzo da sempre lo stesso metodo, anche se ovviamente le tecnologie degli ultimi anni hanno influenzato sempre di più lo sviluppo e i tempi dei processi creativi. Prima di iniziare per me è fondamentale rileggere con attenzione gli appunti di briefing raccolti durante gli incontri con il mio cliente. Più sono approfonditi e precisi sono, minore sarà il margine di sbagliare il progetto. È importante ascoltare… e non tutti lo fanno. Successivamente su un foglio bianco comincio a visualizzare dei concetti che non necessariamente sono visuali… anche testuali. Inizio poi una fase di documentazione sia sul web sia libri e riviste per cercare l’ispirazione creativa come si dice… unire i puntini! Selezionati i migliori concetti inizio la vera e propria visualizzazione delle idee prima su carta e poi al computer e ne valuto l’efficacia in termini di comunicazione. Solo gli elaborati convincenti e che rispondono alle esigenze del cliente (non necessariamente le richieste) verranno presentati.
Il mondo della comunicazione e del design è in continua evoluzione e in questi ultimi due anni in particolare, viene fortemente influenzato dall’intelligenza artificiale. Tu come affronti il cambiamento?
Più che un cambiamento è una vera e propria rivoluzione. Porterà enormi cambiamenti nel nostro settore e non solo. Per quello che mi riguarda, la seguo, la studio, mi aggiorno e la utilizzo sempre di più… ma sempre come un utilissimo supporto tecnologico che fa risparmiare tempo nello sviluppo di immagini, idee e progetti. Trovo invece pericoloso l’utilizzo senza controllo che viene fatto della IA per creare immagini e messaggi fake.
Puoi condividere un esempio di come hai trasformato una visione creativa particolare in un progetto di successo per un cliente?
Qualche anno fa mi venne commissionato lo studio di un logo per un birrificio artigianale di montagna. Ovviamente il legame con il territorio e le origini carniche dovevano caratterizzarlo. Dalla ricerca di ispirazione nel web è emersa l’immagine di un monile con un simbolo celtico trovato proprio in quella zona del Friuli e che raffigurava tre spirali unite tra loro in una forma dinamica. Il processo creativo ha poi sostituito le spirali originali con dei luppoli stilizzati e reso il tutto graficamente attuale. Il risultato finale associato al nome del brand ha pienamente soddisfatto il committente e il grafico!
Come bilanci l’aspetto creativo della tua professione con le esigenze pratiche dei tuoi clienti? Adotti delle particolari strategie per mantenere elevati standard di qualità nei tuoi progetti, considerando la varietà dei settori in cui ti muovi e le richieste dei tuoi committenti?
Parto sempre dalla convinzione che bisogna focalizzarsi sull’efficacia del progetto e non solo sull’aspetto creativo. Il nostro compito è far parlare con la nostra comunicazione il marchio, cercando di essere originali e creativi… ma ricordandoci sempre che siamo comunque dei professionisti al servizio di un’impresa.
Continuare ad imparare, aggiornarsi, ispirarsi sempre ai più bravi, utilizzare le nuove tecnologie con personalità e non guardare troppo i social! Credo siano queste le mie strategie… naturali!
Quali sono le tendenze attuali nel mondo della comunicazione e del design che ritieni più rilevanti e come influenzano il tuo approccio al lavoro?E quali invece gli scenari futuri, secondo te?
Sinceramente non mi faccio influenzare da tutto quello che vedo e cerco di non seguire ogni nuova tendenza anche se ovviamente devo, per esigenze professionali tenerne conto. Preferisco osservare e studiare come comunicano nel mercato di riferimento i brand più importanti e influenti o quelli che hanno una grande visibilità.
Per quanto riguarda il futuro le tendenze nella moda, nella comunicazione e nel design rispecchieranno ancora e sempre più i cambiamenti culturali e sociali in corso, con una maggiore attenzione alla sostenibilità, alla diversità e all’innovazione. La comunicazione soprattutto continuerà a spostarsi sempre più verso le piattaforme digitali e i social media. Le tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale, la blockchain, la realtà aumentata e la realtà virtuale potrebbero cambiare radicalmente il modo in cui interagiamo e comunichiamo. Le distinzioni tra il mondo online e offline continueranno a sfumarsi, contaminarsi fino a fondersi, con un conseguente aumento dell’integrazione di tecnologie digitali nella vita quotidiana e nelle interazioni sociali.
Come misuri il successo di un progetto di comunicazione e design?
Dalla longevità di un progetto e dalla volontà del cliente di mantenere ancora uno stile/modo di comunicare che magari ha già qualche anno ma che continua a funzionare bene. Ecco in questo caso posso dirmi che ho fatto un buon lavoro.
Quali sono i tuoi obiettivi e le tue ambizioni per il futuro della tua attività?
Consolidare i rapporti di collaborazione con i clienti che mi hanno dato fiducia in questi anni, acquisirne di nuovi, possibilmente in settori in cui non ho mai lavorato (pochi in realtà!). Vorrei anche aprire a nuove collaborazioni con dei bravi professionisti e non necessariamente della comunicazione, per ampliare il respiro delle mie proposte e dei miei servizi. E ovviamente la mia più grande ambizione come creativo è realizzare il progetto più bello di sempre!
Quali consigli daresti a coloro che aspirano a una carriera in questo campo?
Di essere curiosi, affamati di conoscenza e di cose belle, ma nel contempo di cercare sempre la sostanza e non soffermarsi all’apparenza. In questo mondo ormai così evanescente dobbiamo saper essere consapevoli di noi stessi, della nostra fantasia e della nostra capacità di essere creativi, imprevedibili, passionali… ma sorprendenti. insomma, la nostra libertà di essere umani e quindi imperfetti!
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.