La cantante e autrice Giovanna Magro racconta Two/gether (Jazzy Records), album nato dalla collaborazione con Giovanni Mazzarino: un lavoro ricercato che approccia standard storici del repertorio Jazz e sudamericano attraverso la verità del “duo” pianoforte e voce. Uscito nel dicembre del 2025, Two/Gether è stato in questi giorni al centro di un tour che ha portato i due musicisti a rendere ancora più forte l’intesa musicale e a sperimentare un linguaggio così vero ed essenziale al cospetto del pubblico di alcuni del Jazz Club più importanti del sud Italia.
Two/gether, ossia “due/insieme”: come nasce questo progetto, in che momento del tuo percorso artistico arriva e che cosa racconta, in concreto, del vostro lavoro?
Ho sempre sognato di dedicare un disco agli standard jazz e Two/gether è nato in maniera molto naturale e spontanea. Ho chiamato Giovanni per registrare in studio un paio di brani, senza troppe pretese, semplicemente per condividere la musica insieme. Quel giorno ci siamo divertiti tanto a suonare, e da quell’energia positiva è nata l’idea di tornare in studio, trasformando quelle prime registrazioni in un vero e proprio disco. Two/gether rappresenta per me il risultato di un dialogo profondo con un musicista che considero un riferimento umano e artistico fondamentale, e racconta il mio desiderio di abitare la tradizione con rispetto, libertà e una voce più consapevole. Il titolo Two/gether racconta il punto esatto in cui il nostro lavoro prende forma: lo spazio che si crea tra due persone che suonano insieme. Siamo in due, voce e pianoforte, eppure la musica nasce in quell’istante sospeso, fatto di ascolto, attesa e scelte condivise. Two/gether racconta un modo di fare musica basato sulla relazione: essere due, con personalità precise, e scegliere ogni volta di stare insieme. È un equilibrio fragile, ma è proprio lì che sentiamo nascere la verità.
Il disco è costruito esclusivamente su voce e pianoforte. Quanto è stata una scelta artistica e quanto una necessità espressiva?
Ad un certo punto è emersa l’esigenza di creare uno spazio essenziale, senza sovrastrutture, in cui voce e pianoforte potessero incontrarsi in maniera diretta e sincera. Il duo voce e pianoforte si è imposto quasi naturalmente come lo spazio più onesto per raccontare questa musica. Con voce e pianoforte non ci sono ripari. Ogni respiro, ogni pausa, ogni intenzione diventa evidente. È una forma che richiede fiducia e attenzione costante, ma che in cambio offre una grande libertà espressiva. L’album nasce proprio da questo equilibrio tra scelta consapevole e urgenza interiore.
In che modo avete preparato questo disco? Qual è stato il criterio per la scelta del repertorio?
La scaletta è nata come nascono le cose vere: spontaneamente, senza forzature. Non abbiamo cercato i brani, li abbiamo riconosciuti…. erano già con noi, nel nostro modo di stare nella musica, nel nostro ascolto quotidiano, nel tempo condiviso. Ad eccezione di due brani: un giorno Giovanni mi fece ascoltare nel suo studio En la orilla del mundo, una versione struggente interpretata da Charlie Haden, e me ne innamorai follemente. Lo stesso accadde con Sihná, che invece fui io a far ascoltare al Maestro, e che subito sentimmo entrambi perfetta per il disco.

Il pianoforte di Mazzarino ha un ruolo molto preciso, mai invasivo. In che modo il suo accompagnamento ha influenzato il tuo canto?
Mazzarino è uno dei pianisti più sensibili e raffinati nel sostenere una cantante. Non accompagna semplicemente: ascolta, interpreta, crea uno spazio in cui la voce può respirare e rivelarsi completamente. Ogni sua nota, ogni pausa, ogni tocco al pianoforte è pensato per valorizzare al massimo l’intenzione del canto, senza mai invaderlo o sostituirlo. È una presenza discreta e potente allo stesso tempo, capace di trasformare l’accompagnamento in un dialogo unico ogni volta.
Quando si affrontano standard così conosciuti, qual è per te il punto di equilibrio tra rispetto del brano e interpretazione personale?
Affrontare standard così conosciuti significa innanzitutto entrare nella storia della musica con rispetto e umiltà. Ogni brano ha una sua vita, una memoria collettiva, un suono già definito nell’immaginario di chi ascolta. Il punto di equilibrio, per me, sta nell’ incontro tra questa eredità e la mia voce: rispettare ciò che il brano è, ma lasciarlo vivere attraverso il mio respiro, il mio tempo, la mia sensibilità. L’interpretazione personale non significa stravolgere, ma trovare lo spazio in cui il canto e l’emozione possono nascere sinceramente, anche se il tema è già noto. Ogni standard diventa così una sintesi tra la storia del brano e la mia storia, tra la tradizione e la libertà del momento presente.

C’è un brano del disco che senti particolarmente rappresentativo di questo momento della tua carriera e perché?
Se dovessi indicare un brano che sento particolarmente rappresentativo di questo momento della mia carriera, direi “Duke Ellington’s Sound of Love”. È una composizione che Charles Mingus scrive come atto d’amore e di gratitudine verso Duke Ellington: non un ritratto, ma l’idea stessa del suo suono, della sua eleganza, della sua umanità. Questo significato per me è centrale. Il brano parla di rispetto profondo per la tradizione, ma anche della capacità di trasformarla in qualcosa di vivo e personale. Aprire il disco con questo brano è stata una scelta molto consapevole: il suono prende il primo respiro, l’ascolto guida ogni scelta e la musica si svela lentamente nella sua eleganza, nella sua profondità e nella sua verità.
Quanto studio e quanta ricerca ci sono dietro un risultato che all’ascolto sembra così naturale?
Quello che all’ascolto sembra naturale nasce da uno studio attento e da una ricerca costante. L’esercizio non è mai fine a sé stesso. Lo studio diventa strumento per dare libertà alla musica, per lasciare che la voce possa raccontare ogni nota con autenticità. Ogni scelta nasce da un equilibrio tra ciò che serve alla canzone e ciò che nasce dalla mia sensibilità: è un lavoro invisibile all’ascoltatore, eppure indispensabile, perché senza questa ricerca la spontaneità non sarebbe possibile.
È un disco che nasce dall’emozione e che all’emozione ritorna: ogni brano custodisce una fragilità, un ricordo, un sentimento che prende forma senza filtri.
Two/gether arriva dopo esperienze importanti anche fuori dall’Italia. In che modo il tuo percorso internazionale ha influito su questo lavoro?
Viaggiare e confrontarmi con musicisti e pubblici diversi ha aperto il mio sguardo e affinato la mia sensibilità. Ogni esperienza fuori dall’Italia mi ha insegnato ad ascoltare in modi nuovi, a cogliere sfumature che altrimenti sarebbero rimaste nascoste, a misurare la mia voce non solo come suono, ma come racconto universale. La musica che interpreto nel disco non è solo repertorio, è dialogo con luoghi e persone che mi hanno insegnato a rispettare la tradizione senza smettere di far emergere la mia voce. In fondo, il disco è anche il riflesso di queste esperienze: un incontro tra radici e apertura, tra ciò che ho imparato viaggiando e ciò che porto dentro di me come cantante e come persona.
Che tipo di ascoltatore immagini per questo disco?
Credo che Two/gether sia un disco per tutti. Un piccolo episodio che per me è stato molto significativo riguarda una mia giovane allieva, Lucia, che ha 10 anni: dopo aver ascoltato Duke Ellington’s Sound of Love, alla lezione successiva si è presentata cantando l’intero brano, con entusiasmo e meraviglia negli occhi. Per me è una piccola grande vittoria: significa riuscire a raggiungere anche chi ancora non ha gli “strumenti” per comprendere il Jazz, ma che sa percepire la musica nella sua bellezza e nella sua emozione. Two/gether nasce da questa idea: un ascolto autentico, aperto a tutti, che può toccare il cuore sia dei curiosi sia degli appassionati, in cui la musica diventa ponte tra le persone e le emozioni.
Se dovessi raccontare Two/Gether a chi non lo conosce, in poche parole, cosa diresti?
Two/gether è un incontro musicale essenziale, un viaggio fatto di suoni, silenzi e atmosfere, in cui voce e pianoforte si cercano e si ascoltano profondamente. È un disco che nasce dall’emozione e che all’emozione ritorna: ogni brano custodisce una fragilità, un ricordo, un sentimento che prende forma senza filtri. L’invito è quello di avvicinarsi a questo ascolto con apertura e sensibilità, lasciando che la musica accompagni, tocchi e racconti qualcosa di personale a chi sceglie di ascoltarla e farsi coinvolgere.
Si è appena concluso un breve, ma intenso tuor in alcuni importanti club del Sud Italia, fra cui il Duke di Bari e il Rosetta di Matera. Com’è stata l’esperienza di riproporre live questo lavoro?
Il tour di Two/Gether per me è stato, e continua a essere, un modo per capire davvero cosa c’è dentro questo progetto. Perché un disco lo registri, lo fissi in un momento preciso; poi però, quando lo porti sul palco, scopri che quella musica non è ferma. Cambia con gli spazi, con il pubblico, con l’umore della serata, con il modo in cui io e Giovanni ci ascoltiamo in quel momento, c’è un dialogo molto libero, ma mai casuale. È come se voce e pianoforte si muovessero insieme, a volte vicinissimi, a volte lasciandosi spazio. E questa cosa, nel duo, si sente tantissimo: non puoi nasconderti, ogni intenzione arriva subito. Credo che sia proprio questa fragilità, questa esposizione, a rendere Two/Gether così vivo… dal vivo!
L’identikit d’artista: Giovanna Magro

-
La formazione: doppia laurea con lode in “Canto Jazz” e “Didattica della Musica” presso il Conservatorio “A. Corelli” di Messina.
-
I premi: è tra i più brillanti talenti del Jazz italiano under 40. Ha vinto il bando ministeriale AIR – Artisti in Residenza (residenza a Tirana nel Maggio 2026), il primo premio alla 7th Swiss International Music Competition di Lugano, il Premio Tomorrow’s Jazz a Venezia e il premio JazzDesignJazz a Milano.
-
I palcoscenici: attiva stabilmente tra l’Italia e la Spagna (collabora con la Fundación ClasiJazz), si è esibita in contesti prestigiosi come il Teatro Antico di Taormina, il Sicilia Jazz Festival di Palermo e l’Auditorium di Basilea.
-
La discografia (Jazzy Records):
- Composit (2023) – Esordio da leader e autrice dei testi.
- Flamingo (2024) – Co-autrice e voce nel disco di Carlo Alberto Proto.
- Two/gether (2025) – L’ultimo intimo lavoro in duo con il pianista e compositore siciliano Giovanni Mazzarino.
Per saperne di più:
Profili social di Giovanna Magro:
Facebook – https://www.facebook.com/profile.php?id=61556552112325
Instagram – https://www.instagram.com/giovannamagromusic/
Website del M° Giovanni Mazzarino: www.giovannimazzarino.it
Website dell’etichetta Jazzy Records: www.jazzy-records.com
Il videoclip e le immagini riportate in questo articolo sono di Nunzio Santisi
Personalità creativa e poliedrica, Valentina Gramazio è una cantante, songwriter, performer, giornalista, discografica indipendente, pubblicitaria e instancabile operatrice culturale. Socia dell’etichetta Jazzy Records e titolare della sua Boutique Creativa Gramazio adv che si occupa di comunicazione e promozione culturale, è anche produttrice di festival, rassegne ed eventi legati alla valorizzazione della musica Jazz. È un’appassionata di musica, arte, letteratura, fotografia e cinema. Ama i fiori ma non ha il pollice verde, tuttavia coltiva l’arte dell’umorismo e quella del buon umore, che non sono necessariamente sinonimi.






