3 Novembre 2026

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Valentina Gramazio

Antonella Santoro, “Como una Lupa al Revés”: quando la musica dà voce alle anime libere

Ho incrociato il percorso di Antonella Santoro qualche anno fa, nella luce sfolgorante della Sicilia e precisamente nel suo centro, a Piazza Armerina, dove nel luglio del 2013 frequentammo insieme i concerti e le Masterclass di Piazza Jazz, l’indimenticabile Festival creato dal pianista e compositore Giovanni Mazzarino, di cui fra l’altro Antonella condivide la città natale: Messina. Da quell’incontro nacque qualche tempo dopo la mia curatela editoriale del suo bellissimo album The Silken Kirtle, pubblicato nel 2018 da Jazzy Records. Da allora, una condivisa passione per il canto, per la musica, per il Jazz e per l’arte hanno nutrito una sintonia naturale non priva di dibattiti anche accesi, ma sempre fondati su una reciproca stima, umana prima ancora che artistica e professionale. Oggi ci ritroviamo su Comunic’arti per parlare del suo nuovo spettacolo “Como una Lupa al Revés – da Tagore a Che Guevara”. Affiancata dal chitarrista Adolfo Crisafulli, Antonella porta sul palco un racconto intimo che si modella e prende corpo nel buio del teatro, mettendo a nudo le esistenze e la musica di anime libere e vulnerabili: da Atahualpa Yupanqui a Billie Holiday, da Charlie Parker a Jobim e molti altri, figure legate dal “sortilegio” del Jazz e da un’irrinunciabile spinta alla libertà. Il titolo gioca sull’immagine di una lente d’ingrandimento al contrario (lupa, in spagnolo) ed è un invito sottile a distogliere lo sguardo dalle solite mappe, notizie e narrazioni preconfezionate che la società ci propone e ci impone, per imparare a osservare davvero l’umanità, con più empatia e oltre ogni pregiudizio.

Conoscendo Antonella e il suo cammino che dalla danza classica l’ha portata “in punta di piedi”, (ma solo metaforicamente perché in lei albergano al tempo stesso un animo leggero e gentile e una forte, quanto talvolta intransigente, determinazione) a realizzare concretamente i suoi molti talenti, non mi ha sorpreso l’originalità dell’idea musicale e scenica di “Como una Lupa al Revés”. La sua ricerca espressiva si muove infatti distante dalle formule convenzionali con grande qualità ed è per questo che ho ritenuto interessante condividerne un approfondimento con i lettori di Comunic’arti.
Cantante Jazz, autrice e pittrice, Antonella Santoro è una figura ricca di sfaccettature che vive la dimensione artistica con un’esigenza schietta: nel suo modo di creare, di cantare e di stare sul palcoscenico non c’è posto per il virtuosismo fine a se stesso, ma un’attenzione rigorosa alla consistenza del suono e alla verità “della sua voce che dà voce” a figure e storie straordinarie. Esse rivivono oggi in questo lavoro originale e maturo, nato con lentezza e cura, che custodisce e rivela molto del percorso umano e artistico di quest’artista.
Vi lascio alla nostra chiacchierata.

Antonella, prima di entrare nel racconto dello spettacolo, chi è l’artista che lo ha immaginato? Quali esperienze del tuo percorso umano e musicale ti hanno portata a riconoscerti nelle storie di libertà, amore e ribellione che attraversano questo progetto?
Grazie Valentina per l’opportunità che mi offri di parlarti del mio “Como una Lupa al Revés”. Benché solitamente restia alle interviste, con piacere racconto a te e ai tuoi lettori lo spirito e il cuore di uno spettacolo a cui ho dedicato molto tempo e cura. Non esattamente un progetto, parola che mi comunica sempre una certa freddezza, bensì un figlio fortemente voluto. L’artista che gli ha dato vita è un’anima che da ragazzina sognava di fare l’archeologa, la ballerina e il pilota di aereo mentre – davanti allo specchio – giocava a fare le imitazioni di cantanti famosi. Scrivere storie di libertà, amore e ribellione non è solo un inevitabile riconoscersi al loro interno (risultato di un percorso umano che, sono convinta, ha attraversato più esistenze) quanto piuttosto – per quella ragazzina diventata cantante di jazz, autrice e pittrice – un’ esigenza irrinunciabile. Quasi un’urgenza artistica di dar loro vita affinché, nel dialogo con lo spettatore, questi possa trovarne in sé stesso le similitudini – spesso celate al mondo esterno – sentendosi parte di un universo emotivo condiviso.

Lo spettacolo nasce dall’immagine di una lente d’ingrandimento usata al contrario. Che cosa permette di vedere questo cambio di prospettiva e come si traduce nel tuo modo di interpretare le canzoni?
A dir il vero, lo spettacolo nasce da motivazioni diverse. Sono infatti le infinite sfaccettature e le similitudini dell’animo umano che hanno ispirato l’idea di intrecciare tra loro le vite e la musica di artisti, in alcuni casi, molto distanti tra loro. Il titolo è una sorta di sottile, quasi criptica  provocazione il cui vero significato va oltre un’immediata traduzione letterale. Guardare le cose  attraverso una lente di ingrandimento al contrario, infatti, non offre necessariamente un cambio di prospettiva. Ciò può avvenire solo se la lente è stata progettata per avere caratteristiche ottiche diverse sulle due facce! Più generalmente, però, essa possiede le stesse identiche proprietà ottiche da entrambi i lati: pur girandola al contrario non vi saranno  differenze nell’ingrandimento. In questa “ottica” – il sostantivo calza proprio a pennello – colui che non vede i dettagli, le sfumature o non coglie il senso di ciò che ha davanti agli occhi, semplicemente non sta davvero guardando!

Nella presentazione richiami una frase di Carlos Castaneda: a volte siamo così concentrati sulla mappa da dimenticare di osservare ciò che abbiamo davanti. Quali “mappe” hai sentito il bisogno di mettere da parte, come artista, per trovare uno sguardo e una voce tuoi, un tuo territorio?
Amo molto Carlos Castaneda. La sua frase recita testualmente:” Non possiamo orientarci senza una mappa. Alla fine, però, succede che l’unica cosa che guardiamo è la mappa anziché osservare quello che c’è da vedere”.  Non si tratta di guardare ciò che, magari casualmente, abbiamo davanti quanto “quello che c’è veramente da vedere”. L’autore si riferisce qui all’arte del sognare e alle pratiche sciamaniche  che ha imparato dall’indio messicano Don Juan. Eppure, il senso profondo di queste parole non ha confini ed è fedele specchio del sentire e dell’idea che ha ispirato “Como una Lupa al Revés”.  Un’ispirazione che non prende spunto da “mappe” preconfezionate o usuali. Ecco perché, non avendo queste influenzato il mio essere artista, non hanno dovuto essere messe da parte.

“Da Tagore a Che Guevara” accosta due figure molto diverse. Quale intuizione le ha unite nel progetto e in che modo la loro presenza attraversa il racconto musicale?
In effetti, il sottotitolo dello spettacolo accosta due figure molto lontane. Eppure, i loro pensieri esprimono il senso profondo che lega tutte le storie. Per scoprire cosa succede sul palco bisogna venire a teatro e immergersi nella sua atmosfera! La sacralità di una sala di teatro rende, infatti, la scoperta molto più coinvolgente di quanto una breve descrizione potrebbe comunicare. Penso alla prima rappresentazione di “Como una Lupa al Revés” andata in scena nella scorsa stagione del Teatro Vittorio Emanuele di Messina: il pubblico è stato invitato a non accendere i telefonini (non solo come atto di cortesia ma come gesto imprescindibile per lo svolgimento della performance) affinché la sala potesse rimanere sempre completamente al buio. Nel buio totale, senza alcun tipo di distrazione e nella piena “comunione” con gli artisti in scena, ognuno è davvero libero di lasciar andare le proprie sensazioni, riflessioni e segreti pensieri. È solo in quello spazio privato e intimo di ciascuno che voce e chitarra possono “trovar casa” per raccontare le loro storie mentre, tra gli altri, i pensieri di Tagore o Che Guevara prendono vita.

Antonella Santoro e Adolfo Crisafulli in scena

Il repertorio comprende autori come Atahualpa Yupanqui, Billie Holiday, Charlie Parker, Jobim e Jorge Drexler. Come hai scelto i brani e scoperto il filo che li lega? C’è stata una canzone dalla quale tutto ha preso forma?
La particolarità dello spettacolo sta proprio nell’apparente assenza di un filo “logico” che leghi i brani tra loro – qualora lo si voglia cercare, in modo cerebrale, seguendo modalità convenzionali. Di contro, è la scrittura del racconto parlato – di cui la voce si fa interprete – che accompagna ogni brano musicale sino a quello successivo. La scelta dei brani è stata dettata da fattori molto diversi tra loro: ora il testo ora l’armonia originale, ora la vita dei loro interpreti storici o quella dei loro autori. Non ultimo, nella scelta del repertorio,  il mio rapporto con il Jazz.

Parli di anime ribelli e inquiete, accomunate dall’amore, dalla ricerca di libertà e dall’anticonformismo. Quale storia ti ha coinvolta più profondamente e che cosa ti ha fatto comprendere del suo protagonista?
Posso dirti che tutte le storie hanno avuto ugual peso nel mio cuore e nella mia mente. Nella scelta mi sono fatta guidare dal desiderio di portare sul palco la fragilità esistenziale, la lotta per la libertà (più che la ricerca della stessa), il bisogno di dar voce alla pulizia del proprio pensiero senza censure e il candore nel modo di esprimere la propria arte a dispetto di invidiosi e delatori. Tutti elementi che caratterizzano le figure che dal palco “parlano” allo spettatore. È questo che più mi ha coinvolto nella ricerca delle storie da raccontare e che, profondamente e visceralmente, mi guida quando sono sul palco.

Nel progetto convivono persone acclamate ed emarginate, coraggio e fragilità. Come porti queste contraddizioni nella voce? Puoi raccontare un momento dello spettacolo in cui diventano particolarmente riconoscibili?
Non ci sono momenti più importanti di altri poiché le apparenti contraddizioni sono parte della vita di tutti gli artisti che la parola racconta. Sul palco, esse diventano pulsione vitale in quanto cifra esistenziale della natura di ogni essere umano.  In scena tutto scorre come se un sottile filo, di cui anche lo spettatore può tenerne un capo tra le dita, legasse le storie e le vite degli autori o degli interpreti storici dei brani scelti o dei personaggi a cui i testi fanno riferimento. La voce? Semplicemente sente, vive, si lascia andare, percorre la strada lungo la quale il sentire del qui e ora la conduce, mentre la sacralità del luogo la accoglie e le fa compagnia.

Che cosa accade concretamente in scena tra una canzone e l’altra? Come si intrecciano il canto, il racconto delle vite e il tuo sguardo personale, e quale percorso proponi all’ascoltatore?
Credo che la forza di uno spettacolo come “Como una Lupa al Revés” si trovi anche nel “disvelamento” delle sue dinamiche di scena nel buio del teatro.  È la scoperta graduale di ciò che accade sul palco ad accompagnare l’ascoltatore che viaggia, così, insieme agli artisti attraverso culture, suoni, colori sempre nuovi. Brani diversissimi tra loro si cedono il passo tra parole e note viaggiando dall’America Latina all’Europa, dal Brasile agli Stati Uniti narrando storie di ribellione e amore di anime spesso alla mercé del pregiudizio e dell’arroganza altrui; anime coraggiose che, pur consapevoli della propria fragilità, sono – il più delle volte – ignare della propria grandezza.

Nel testo definisci il Jazz un “sortilegio” che accomuna molte di queste anime. Dove riconosci la presenza del jazz in questo spettacolo: nel suono, nell’improvvisazione, nella libertà interpretativa o nel modo di fare tua una canzone?
Il Jazz è nella maggior parte dei brani semplicemente perché essi appartengono proprio a questo repertorio. Nella loro linearità, anche gli arrangiamenti di brani che provengono da culture e stili diversi,  portano in scena lo spirito di questa musica. Non potrebbe essere diversamente visto che sia Adolfo Crisafulli che io abbiamo una formazione musicale che nasce proprio dal jazz. I racconti, tra l’altro, si muovono su un tappeto di citazioni musicali che attingono al jazz di epoche diverse e che riescono a guidare anche un orecchio meno esperto nel flusso della performance. Nelle note al programma di sala, cui fai riferimento, ho scelto il sostantivo “sortilegio” perché tale è il fascino che l’immenso universo del Jazz esercita su di me. Sortilegio come sinonimo di “rapimento” e, al contempo, inevitabile moto interiore ad abbandonare filtri e costrizioni non solo musicali.

Con Adolfo Crisafulli scegli una formazione essenziale: voce e chitarre. Come avete costruito il dialogo musicale? Quanto nasce dagli arrangiamenti e quanto dall’ascolto reciproco durante la performance?
Nella doppia veste di cantante e narratrice avevo bisogno che la voce fosse affiancata da suoni riconoscibili, interessanti, al contempo morbidi e intensi, che potessero contribuire a non distogliere lo spettatore dal messaggio che “Como una Lupa al Revés” vuole offrire. Affidare alle chitarre di Adolfo Crisafulli la parte strumentale è stato naturale: è un musicista empatico, intuitivo, dall’approccio duttile e dalla grandissima esperienza che spazia in generi e contesti musicali differenti. Ci accomuna il gusto per gli arrangiamenti essenziali, la disposizione a cogliere i suggerimenti reciproci (non solo musicali), la capacità di lasciar spazio sul palco alla libertà interpretativa dell’altro. La scelta di utilizzare due chitarre ha permesso di colorare ogni brano con sonorità via via più accattivanti che nel jazz trovano, comunque, la loro matrice principale.

Come è nata la tua relazione con il canto? Quali incontri, ascolti o esperienze hanno segnato il passaggio dal desiderio di cantare alla consapevolezza di essere un’artista?
Entrare nei meandri delle molteplici accezioni che l’espressione “essere artista” può implicare ci porterebbe, benché piacevolmente, molto lontano. Mi piace, piuttosto, condividere una riflessione sul canto più in generale.  Pensando alla straordinarietà della voce umana di modulare infiniti suoni, mi sono talvolta chiesta quali potessero essere questi suoni quando una donna primitiva cullava i propri figli. Erano già melodia? Diventavano armonia perché si “sovrapponevano” ai suoni della natura? Erano imitazione dei suoni della natura? (Charlie Parker sembra ascoltasse il cantare degli uccelli per coglierne le frequenze e le sfumature!). Non abbiamo risposte ma so che mia mamma inventava ninnananne in francese per farmi addormentare… ancora oggi ricordo quei suoni e li canto. Forse è anche per questo che il cantare mi appartiene da sempre e si è poi trasformato, imprescindibilmente, in studio nel momento in cui ho deciso di farlo diventare qualcosa da offrire agli altri! 
Ho avuto la fortuna di studiare e lavorare con musicisti straordinari, spesso dalla grande umanità. Ho imparato da loro a entrare in  mondi musicali affascinanti e unici. E, in ognuno di loro, ho riconosciuto quella generosità musicale e umana senza la quale, a mio avviso, il far musica diventa mero esercizio fine a sé stesso. 

Quali voci hanno contribuito alla tua formazione e come hai trovato la distanza necessaria per riconoscere la tua? C’è una caratteristica del tuo canto che oggi senti che ti appartiene profondamente?
Il mio percorso musicale è costellato di ascolti molto diversi tra loro. Mentre da piccola ascoltavo Rick Wakeman o Debussy sul mio giradischi, dallo stereo di mio papà arrivava la voce di Joan Sutherland o di Louis Armstrong! Da sempre, immergendomi in mondi musicali di vario genere mi sono ritrovata a viverne l’ascolto come un naturale elemento in cui nuotare in libertà. Il Jazz è poi diventato il mondo le cui sonorità ho scelto di portare nel mio canto.  A dir il vero, sono una cantante un po’ anomala poiché prediligo l’ascolto del Jazz prettamente strumentale. Forse è questa la ragione per cui non ho mai dovuto trovare una distanza necessaria da altre voci. Semplicemente non l’ho mai cercata.  Mi chiedi se c’è una caratteristica del mio canto che mi appartiene profondamente. Credo di poterla riscontrare in una sorta di linearità interpretativa, senza fronzoli o eccessiva ricerca di sperimentazione a tutti i costi. Cerco di usare il suono delle singole parole affinché di queste sia il significato e il senso a raccontare una storia. Assaporare la “consistenza” delle singole sillabe per arrivare a comunicare ciò che il loro suono confida al mio corpo.


Un dipinto di Antonella Santoro è diventato la locandina dello spettacolo “Como una Lupa al Revés”

Como una Lupa al Revés da Tagore a Che Guevara di e con al canto Antonella Santoro alle chitarre Adolfo Crisafulli

“Non possiamo orientarci senza una mappa. Alla fine, però, succede che l’unica cosa che guardiamo è la mappa anziché osservare quello che c’è da vedere.”
Il senso di questa frase di Carlos Castaneda, seppur riferito all’arte del sognare e alle pra- tiche sciamaniche insegnategli dall’indio messicano Don Juan, è specchio del sentire e dell’idea che ha ispirato questo spettacolo. “Raccontare” brani diversissimi tra loro, con l’intento di mostrarne l’intimo filo conduttore, simbolica musicale lente di ingrandimento – “lupa” in spagnolo – su sfaccettature e similitudini dell’animo umano.

Dall’America Latina all’Europa, dal Brasile agli Stati Uniti, storie di ribellione e di amore si cedono il passo tra note e parole, narrando di anime ribelli e inquiete accomunate dalla lotta per la libertà, dalla passione e dall’anticonformismo. E, molte di loro, dal sortilegio del jazz!

Siano gli autori o gli interpreti storici dei brani scelti, o i personaggi a cui i testi fanno riferimento, le loro vite sono quelle di anime acclamate e al contempo emarginate, spes- so alla mercé del pregiudizio o dell’arroganza altrui; coraggiose – pur consapevoli della propria fragilità – e, il più delle volte, ignare della propria grandezza.

Se testo e spartito sono la mappa, il modo in cui chitarra e voce si cercano, si parlano leg- gendo tra le righe, e si svelano a loro stessi e all’ascoltatore, è il viaggio – alla ricerca di una chiave di lettura che si apra ad un possibile andare oltre. Oltre la musica stessa, poiché è esplorando un diverso modo di sentire e di scrutare ciò che ci circonda – come una lente al contrario – che si può davvero “osservare quello che c’è da vedere”.

Antonella Santoro

PROGRAMMA

musiche e testi di: Atahualpa Yupanqui, Norbert Glanzberg & Jean Constantin, Don McLean, Bud Powell, Ralph Towner & Norma Winstone, Jimmy McHugh & Dorothy Fields, Edu Lobu & Gianfranco Guarnieri, Antonio Carlos Jobim & Vinícius de Moraes, Billie Holiday & Arthur Her- zog, Jimmy Cox, Charlie Parker, Jorge Abner Drexler.


Il progetto attraversa tradizioni musicali e lingue diverse. Come lavori sul rapporto fra parola e suono? Da dove cominci per entrare nel significato e nella sensibilità di un brano?
Le modalità con cui mi avvicino a parola e suono sono quelle cui accennavo poc’anzi. Proprio in funzione di questo tipo di ricerca, la scelta di cantare in più lingue è stata una naturale conseguenza. La mia propensione e curiosità per le lingue straniere – e l’aver studiato e lavorato vari anni all’estero – mi ha portato a volerne sperimentare le sonorità nel canto. Non si tratta solo di imparare un testo, quanto piuttosto di carpirne l’intensità, il colore, il messaggio. Sì, perché il  modo in cui andrebbero pronunciati i suoni va oltre la loro posizione nell’apparato fonatorio. Credo che approfondire lo studio delle dinamiche di una lingua e la conoscenza delle sue tradizioni musicali – ricerca affascinante e particolarmente interessante –  possa contribuire a far entrare più profondamente in un brano per interpretarlo con maggiore consapevolezza.

Quando interpreti una canzone, che rapporto cerchi con chi l’ha scritta o resa celebre? Come riconosci il momento in cui quella storia può diventare anche tua?
Ogni canzone è un mondo a sé. Non seguo regole precise e mi avvicino ai brani in modo sempre diverso.  A volte il sentimento che il brano vuol comunicare mi cattura e diventa da subito urgenza interpretativa, desiderio, piacere di cantarlo. Altre volte, un brano messo da parte per anni mi “chiama” a sé improvvisamente e inaspettatamente perché il mio vissuto ha fatto esperienza di qualcosa che rende ciò inevitabile.  

Cerco di usare il suono delle singole parole affinché di queste sia il significato e il senso a raccontare una storia. Assaporare la “consistenza” delle singole sillabe per arrivare a comunicare ciò che il loro suono confida al mio corpo.

Anche il dipinto utilizzato per la copertina è tuo. Quale relazione c’è fra la tua pittura e la tua musica? Un’immagine può suggerirti un’interpretazione, oppure una canzone può diventare il punto di partenza di un quadro?
Arti visive e Jazz vivono, da sempre, un connubio straordinario: il gesto pittorico ha per molti musicisti, me compresa, qualcosa di ancestrale, sacro e inevitabile. Penso ai quadri di Joni Mitchell o Meredith d’Ambrosio. “Sono prima una pittrice e poi una musicista…” raccontava la prima. “Per me – confessava la seconda – la musica era solo il mezzo per sostenere la mia carriera di pittrice.” Nel mio caso è un po’ diverso: il canto è sempre presente mentre la pittura attraversa grandi slanci che lasciano il posto a momenti di pausa….per poi ridiventare urgenza. Sono due momenti creativi che non si influenzano a vicenda. Devo ammettere però che – contrariamente al canto – la spinta emotiva alla creazione pittorica può trovare spazio in qualsiasi momento della giornata. L’urgenza che il pennello e il colore trovino la loro strada sulla tela può essere assecondata, per esempio, anche di notte senza freni o limitazioni espressive. E proprio di notte, mentre cercavo ispirazione per un’ immagine che potesse rappresentare “Como una Lupa al Revés”, ho incrociato lo “sguardo”del mio dipinto. Dal muro sembrava invitarmi: ”Non cercare più, io sono già qui!”. E così, è diventato la locandina dello spettacolo.

“The Silken Kirtle”, il tuo progetto discografico  pubblicato nel 2018 da Jazzy Records. Ci racconti come è nato e quale parte di quella ricerca musicale e personale ritrovi oggi in “Como una Lupa al Revés”?
Ti ringrazio per avermi chiesto di The Silken Kirtle un album a cui sono particolarmente legata nato dall’incontro romano con il pianista Laurent Marode. Dal grande feeling umano e musicale al desiderio di incidere un disco di Jazz insieme il passo è stato davvero breve. Viaggiando tra la Sicilia e la Francia, ci siamo messi al lavoro per la scelta dei brani, degli arrangiamenti e per l’organizzazione delle prove e la registrazione in studio a Parigi con una band tutta francese. Il mio primo lavoro discografico con alcuni degli standard che, in quel momento, sentivo più affini alla mia ricerca musicale. Quanta emozione e soddisfazione nel vederlo poi realizzato! Un percorso diverso, se non per l’amore irrinunciabile per la musica Jazz, da quello intrapreso per la creazione di “Como una Lupa al Revés”. Di certo, entrambi fondamentale motore di una crescita personale e artistica sempre in evoluzione.

Dopo questo viaggio nei luoghi della ribellione, dell’amore e della libertà, che cosa vorresti che il pubblico tornasse a guardare con occhi diversi? E che cosa, attraverso questo spettacolo, hai imparato a vedere diversamente?
Il pubblico sceglie da solo cosa portare con sé di uno spettacolo. In fondo, ognuno di noi sceglie continuamente, e in modo consapevole, cosa guardare e cosa tralasciare. “Como una Lupa al Revés”  è un invito a guidare questa scelta verso una maggiore gentilezza e empatia verso le vite degli altri – senza aver paura di ciò che pensiamo non ci appartenga. È un lavoro a volte complesso su di sé ma anche una immensa conquista! Ideare lo spettacolo ha dato a me questa opportunità. Decidere di dargli vita, portarlo avanti e scegliere di condividerlo con un altro musicista, e soprattutto con un pubblico, mi ha permesso di dar valore a un modo diverso di sentire la musica e l’arte. Mi ha insegnato che aver fiducia nel proprio essere artisti e nelle proprie idee – benché atto di grande vulnerabilità – è, forse, la chiave che può aprire le porte di molti misteri dell’esistenza.
Vi aspetto a teatro!


ANTONELLA SANTORO: LEGGI LE NOTE BIOGRAFICHE

Cantante di jazz, pittrice, autrice – eclettica anima ribelle – Antonella Santoro esplora da sempre vari campi dell’arte. Nata in Sicilia, inizia  inizia la sua formazione artistica con lo studio della danza classica, affiancando quello della chitarra che la porterà a cantare brani del repertorio brasiliano e del country americano. 
Educata all’ascolto della musica classica e dell’opera lirica dai genitori, impara le sonorità del jazz grazie alla passione del padre per artisti come Louis Armstrong e Ella Fitzgerald e per le orchestre dirette da Count Basie e Benny Goodman. Da questi primi ascolti, il desiderio di studiare pianoforte e canto Jazz. Approfondisce lo studio della vocalità artistica con Margarete Assmuth nei corsi per attori Linklater, specializzandosi poi in canto jazz sotto la guida di Cinzia Spata. Contribuiscono alla sua formazione musicale i corsi tenuti, tra gli altri, da Sheila Jordan, Norma Winstone, Kurt Elling, Anita Wardell, Bob Stoloff, Barry Harris, Elsa Baldini, Claudia Mars. Nel ruolo di cantante, entra a far parte di una delle prime formazioni del gruppo messinese Pannonica Jazz Workshop. Tra le varie collaborazioni internazionali e nazionali, quella con il pianista Laurent Marode con cui registra – in quintetto con una band tutta d’oltralpe al MidiLive Studios di Parigi – l’album The Silken Kirtle, da lei prodotto, che viene pubblicato nel dicembre del 2018 dall’etichetta Jazzy Records.
Collabora sulla scena romana con il pianista Riccardo Biseo, con cui porterà in scena per la Filarmonica Laudamo di Messina, lo spettacolo da lei ideato “Play That Doubt, and Sing It!” (2022).
Nel 2023, scrive lo spettacolo per chitarra e voce “Como una Lupa al Revés” che debutta  nella stagione 2025-2026 del Teatro Vittorio Emanuele di Messina.
Impronta del suo stile personale sono le sonorità dei tanti paesi visitati in giro per il mondo.
Ha vissuto in Svizzera, Inghilterra, Belgio e Lussemburgo. Ha insegnato lingue straniere e lavorato come traduttrice.
Pittrice per passione, scopre il piacere dei pennelli e le potenzialità della pittura acrilica nel 2007. Un gesto pittorico, guidato dalla necessità di giocare con il colore, che la porterà negli anni a una produzione di “esperimenti” su tela nello spirito del Jazz.
Dal 2014 collabora, in qualità di autrice, con la rivista Karmanews che pubblica i suoi articoli sui grandi protagonisti del Jazz.

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