Gio DeCaprio,  raccontare una storia con una canzone è un piccolo numero di magia

Gio DeCaprio,  raccontare una storia con una canzone è un piccolo numero di magia

Valentina Gramazio ha incontrato il songwriter e pianista Gio DeCaprio per parlare di “Udinì”, il nuovo singolo pubblicato da Jazzy Records: una canzone sospesa tra racconto, ironia e illusionismo, in cui l’artista costruisce un personaggio ambiguo e magnetico, capace di promettere meraviglia, libertà e impossibile. Ne nasce una conversazione sul valore della narrazione, sul tempo, sulle seconde possibilità e su quella forma sottile di magia che ogni canzone, quando funziona davvero, sa portare con sé.

Gio, il tuo percorso non nasce da una traiettoria lineare: prima gli studi, poi il lavoro in una multinazionale, l’attività forense, e solo in un secondo momento un ritorno più consapevole alla musica. Quando hai capito che la musica non era più soltanto una passione laterale, ma qualcosa che chiedeva spazio?

Credo sia successo lentamente, senza una data precisa. La musica è sempre stata presente, anche quando sembrava relegata a un angolo della mia vita. Ho cominciato da bambino, con un pianoforte verticale che mio padre mi regalò per la prima comunione. Ho studiato per qualche anno, poi ho abbandonato: il solfeggio e gli esercizi non facevano esattamente per me. Però continuavo a suonare a orecchio, a cercare gli accordi, a riprodurre quello che ascoltavo. Per molti anni la musica è stata intermittente, quasi clandestina. Poi, intorno al 2012, ho iniziato a studiare più seriamente e a rimettere insieme i pezzi. Da lì è nata una consapevolezza diversa: non c’era più solo il piacere di suonare, nasceva il bisogno di raccontare qualcosa.

Hai definito te stesso più un artigiano della musica che un musicista “accademico”. Che cosa significa, per te, essere un artigiano delle note?

Significa non venire da un percorso regolare, non aver seguito una strada canonica. Ho imparato molto ascoltando, rubacchiando un po’ qua e un po’ là, come facevano una volta i ragazzi di bottega. Solo che io l’ho fatto con la musica. Sentivo un passaggio di Pat Metheny, un’armonia, un modo di muovere gli accordi, e cercavo di capire come funzionasse. Lo stesso con la musica brasiliana, con la canzone d’autore italiana, con il Jazz. Non mi considero un pianista Jazz in senso stretto, né credo di doverlo essere per quello che faccio. Mi sento più un narratore, un cantastorie, forse. Uno che usa la musica per costruire atmosfere, immagini, piccoli racconti.

Mi hai raccontato che il primo pianoforte che hai ricevuto da bambino è ancora nel tuo studio. Che rapporto hai con quello strumento?

È un oggetto affettivo, prima ancora che musicale; è il pianoforte con cui tutto è cominciato e per questo non è solo uno strumento, ma una specie di testimone: ha assistito alle mie interruzioni, ai miei ritorni, ai miei cambi di strada. Forse è anche il simbolo di una continuità nascosta, perché a volte si pensa di aver lasciato qualcosa alle spalle, ma invece certe cose restano lì, ferme, ad aspettare. Poi un giorno torni, sollevi il coperchio, e capisci che non se ne sono mai andate davvero!

“La vera consapevolezza è arrivata quando ho iniziato a scrivere testo e musica. Prima interpretavo, rielaboravo, suonavo brani di altri. Con la scrittura, invece, ho cominciato a riconoscere una voce mia. Non saprei dire se questa voce sia definibile in modo netto… c’è canzone d’autore, c’è Jazz, c’è Brasile, c’è funk, c’è una certa teatralità, c’è l’ironia, c’è il gusto per il racconto”.

Tra le tue prime scoperte musicali c’è Pino Daniele. Che cosa ha rappresentato per te il suo mondo sonoro?

Pino Daniele è stato una porta: fino a un certo punto ascoltavo soprattutto pop italiano, poi, alla fine degli anni Settanta, sentii quei brani in radio e capii che dietro quel suono c’era un universo che non conoscevo: Jazz, blues, funk, musica mediterranea, canzone napoletana ripensata in modo nuovo. Da lì ho cominciato a cercare. Mi sono avvicinato ad altri linguaggi, ad altre armonie. Per me è stato fondamentale perché mi ha fatto intuire che la canzone poteva essere popolare e sofisticata allo stesso tempo. Diretta, ma non banale.

Nel tuo racconto tornano spesso figure decisive: Nunzio Barraco, Stefano Sabatini, Dario Rosciglione. Che cosa ti hanno lasciato questi incontri?

Nunzio Barraco è stato il mio primo vero maestro. Suonavo con lui negli anni Ottanta, a Roma, e da lui ho imparato moltissimo: le dinamiche, l’armonia, il senso dell’accompagnamento. Mi diceva che il pianista accompagnatore deve suonare poco. Frequentarlo era allo stesso tempo una lezione musicale, ma anche esistenziale. I suoi insegnamenti li porto sempre con me: non strafare, lasciare spazio. Stefano Sabatini, invece, mi ha aiutato a dare ordine a cose che magari facevo già istintivamente, ma senza piena consapevolezza. È stato un maestro vero, raffinato, generoso. Dario Rosciglione è un amico fraterno, oltre che un grande musicista. È una sorta di angelo custode: nelle prove, sul palco, negli arrangiamenti. I suoi consigli sono stati preziosi anche nella costruzione dei miei brani originali.

Quando hai iniziato a scrivere brani tuoi, hai avuto la sensazione di trovare finalmente una tua identità artistica?

Sì, credo di sì. La vera consapevolezza è arrivata quando ho iniziato a scrivere testo e musica. Prima interpretavo, rielaboravo, suonavo brani di altri. Con la scrittura, invece, ho cominciato a riconoscere una voce mia. Non saprei dire se questa voce sia definibile in modo netto… c’è canzone d’autore, c’è Jazz, c’è Brasile, c’è funk, c’è una certa teatralità, c’è l’ironia, c’è il gusto per il racconto. Però il punto centrale, per me, è sempre la narrazione. Anche quando il brano ha un buon groove, anche quando l’atmosfera è leggera, deve esserci qualcosa da scoprire.

Arriviamo a “Udinì”. Già dal titolo c’è un gioco: sembra Houdini, ma non lo è. Chi è Udinì?

Udinì è un personaggio ambiguo, un illusionista, un seduttore, forse un imbroglione elegante. È qualcuno che promette l’impossibile, che sa catturare l’attenzione, che ti fa guardare dove vuole lui. Ma, come spesso accade con gli illusionisti, la verità non è mai dove pensi di trovarla. Mi piaceva l’idea di giocare con il nome, con quell’accento un po’ francese, un po’ chic, quasi piccolo borghese come dice il testo. Udinì è un Houdini laterale, imperfetto, ironico; uno che forse ti libera dalle catene, o forse ti convince soltanto di averlo fatto. Insomma, a Roma lo chiamerebbero “n fino de na…”!  È una canzone sull’illusione e sul desiderio di crederci. In fondo tutti abbiamo bisogno di un numero di magia, di qualcuno o qualcosa che ci dica: “dammi gli occhi e io ti stupirò”. Udinì gioca con questa aspettativa. Promette liberazione, meraviglia, impossibile. Ma dietro c’è anche una domanda: quanto vogliamo davvero essere liberati? E quanto, invece, ci piace restare dentro l’incantesimo?

C’è un verso molto forte: “La mia vera strategia non è tanto il risultato, ma rubare l’attenzione dove e quando voglio io”. Sembra quasi una riflessione sul nostro tempo, oltre che sul personaggio.

Esatto. Viviamo in un’epoca in cui l’attenzione è diventata una forma di potere. Chi riesce a catturarla, anche solo per pochi secondi, ha già vinto qualcosa. Udinì è anche questo: un piccolo stratega dell’attenzione. Ma non volevo fare una canzone didascalica o moralista. Mi interessava di più costruire un personaggio teatrale, ironico, un po’ cialtrone e un po’ poetico. Uno che fa sorridere, ma che magari lascia anche un piccolo dubbio.

“Udinì” fa parte del progetto Controtempo. Che rapporto c’è tra questo brano e il disegno complessivo dell’EP?

Controtempo nasce come raccolta di brani che, in modi diversi, ruotano intorno a un’idea: il desiderio umano di opporsi al tempo. Non necessariamente in modo esplicito. Anzi, spesso il tema è nascosto, sottinteso. “Udinì” entra in questo discorso attraverso la metafora dell’illusione. L’illusionista è uno che sospende il tempo per qualche istante. Ti porta altrove, ti fa credere che una legge fisica possa essere violata, che una catena possa spezzarsi, che l’impossibile possa accadere. In questo senso è perfettamente dentro Controtempo.

Il titolo Controtempo è molto evocativo: ha un significato musicale, ma anche esistenziale. Che cosa rappresenta per te?

Rappresenta l’idea di andare contro la direzione obbligata delle cose. Il tempo è la legge più ineluttabile che conosciamo. Tutta la storia dell’arte, della letteratura, del cinema, è piena di tentativi di violarla: il viaggio nell’aldilà, il patto con il diavolo, la fantascienza, il ricordo, la nostalgia. La musica, forse più di altre arti, consente questo piccolo miracolo. Una canzone può riportarti in un luogo, in un’età, in un’emozione. Può far coesistere passato e presente. Per me Controtempo è questo: il tentativo, magari ingenuo, ma necessario, di prendere il tempo in contropiede.

Come nascono i tuoi brani? Parti più spesso da una musica, da una frase, da un’immagine?

Non ho un metodo unico. A volte nasce tutto da un’immagine, a volte da una frase, a volte da un’atmosfera musicale. Spesso le idee arrivano nei momenti meno prevedibili: in viaggio, di notte, mentre sto facendo altro. Non riesco a sedermi e dire: “adesso scrivo una canzone”. Non funzionerebbe. Di solito musica e testo arrivano insieme, o comunque si cercano fin dall’inizio. Poi comincia il lavoro vero: limare, correggere, spostare, rimaneggiare. La parte magica è l’intuizione iniziale; il resto è artigianato.

L’EP è stato registrato con musicisti di grande esperienza. Quanto è importante per te la dimensione collettiva dopo la fase più intima della scrittura?

È fondamentale. La scrittura nasce da solo, in una dimensione molto intima. Però poi i brani devono respirare con gli altri. Quando entrano in scena musicisti come Dario Rosciglione, Amedeo Ariano, Juan Carlos Albelo Zamora, Max Filosi, e quando c’è un lavoro di arrangiamento come quello che ha fatto Enrico Solazzo, la canzone cambia pelle. Io arrivo con una storia, un’intenzione, una struttura. Poi il gruppo le dà corpo, colore, profondità.
È lì che capisci se un brano cammina davvero.

Da six: Max Filosi, Dario Rosciglione, Sergio Vitale, Gio DeCaprio, Giorgio Rosciglione, Juan Carlos Albelo Zamora, Enrico Solazzo.

Nel tuo modo di raccontarti c’è molta ironia. È una difesa, uno stile, una necessità?

Forse tutte queste cose insieme. L’ironia mi appartiene. Mi serve per non prendermi troppo sul serio, ma anche per dire cose serie senza appesantirle. Credo che la leggerezza sia una forma di precisione: non superficialità, ma capacità di togliere peso inutile.

Mi piace l’idea che una canzone possa far sorridere e, nello stesso tempo, aprire una riflessione. “Udinì” funziona così: ha un lato scanzonato, quasi da numero di varietà, ma sotto c’è qualcosa di più inquieto.

A chi immagini di rivolgerti con questo progetto? Qual è il pubblico ideale di Gio DeCaprio?

Naturalmente penso a un pubblico adulto, dai quaranta in su, anche perché molte mie influenze vengono dalla canzone d’autore, dal Jazz, dalla musica italiana di un certo periodo. Però mi sorprende sempre vedere che anche persone più giovani conoscono e apprezzano Paolo Conte, De André, Buscaglione. Non vorrei fare musica esclusivamente di nicchia. Mi interessa che ci sia qualità, ma anche accessibilità. Vorrei che chi ascolta fosse coinvolto dal groove, dall’atmosfera, e poi magari si fermasse sul testo. Il testo, per me, deve suggerire qualcosa, magari non spiegare tutto, ma invitare a pensare.

Mi hai detto più volte che che questo progetto, per te che sei un inguaribile ottimista, “apre una seconda vita”. Che cosa intendi di preciso?

Intendo che non è mai troppo tardi per ricominciare, o forse per cominciare davvero. La mia storia non è quella di un musicista che ha seguito una carriera lineare dai vent’anni in poi. È una storia fatta di deviazioni, interruzioni, ritorni. Ma forse proprio questo mi permette di raccontare le cose in un modo personale. Ho vissuto altre vite, fatto altri mestieri, frequentato altri ambienti, ma la musica è sempre stata con me, solo che adesso la vivo con una consapevolezza diversa.

Che cosa vorresti che restasse di Controtempo tra qualche anno?

Mi piacerebbe che qualcuno canticchiasse i miei brani mentre guida o mentre lavora. Sarebbe già moltissimo. Le canzoni, quando entrano nella vita quotidiana delle persone, trovano il loro posto migliore. Non ho l’ambizione di dare risposte definitive, ma mi piacerebbe molto lasciare una sensazione: curiosità, voglia di scoprire, magari un sorriso. E l’idea che tutto può accadere…sempre!

Se Controtempo fosse un luogo?

Una stazione ferroviaria.

Perché proprio una stazione?

Perché è un luogo di partenze, ritorni, attese, coincidenze mancate o ritrovate. Una stazione contiene il tempo in tutte le sue forme: il tempo dell’attesa, quello della partenza, quello del ritardo, quello dell’arrivo. E poi c’è sempre una storia possibile. Ogni persona che passa potrebbe essere l’inizio di una canzone.

E se “Udinì” fosse invece un’immagine?

Un palcoscenico in chiaroscuro, un sipario mezzo aperto, un mazzo di chiavi antiche, una catena che forse si spezza e forse no. E qualcuno che sorride al pubblico come se sapesse una cosa che noi ancora non sappiamo.

Ultima domanda: Gio DeCaprio, alla fine, è più avvocato, musicista, narratore o illusionista?

Forse un po’ tutte queste cose, ma se devo scegliere direi narratore. L’avvocato usa le parole, il musicista usa le armonie, l’illusionista usa l’attenzione. Il narratore prova a mettere insieme tutto questo. E poi, in fondo, anche raccontare una storia è un piccolo numero di magia: prendi qualcosa che non c’è più, o che non c’è ancora, e per qualche minuto lo fai apparire davanti agli occhi di qualcuno


UDINÌ LINE UP
Gio DeCaprio– voce, pianoforte acustico  ·  Enrico Solazzo – arrangiamenti e tastiere · Dario Rosciglione – contrabbasso, basso elettrico  ·  Amedeo Ariano – batteria ·  Juan Carlos Albelo Zamora – violino, armonica cromatica, flicorno  ·  Max Filosi – sassofono  

CREDITI TECNICI
PRODUZIONE ARTISTICA Dario Rosciglione
PRODUZIONE ESECUTIVA Gio DeCaprio, Emanuela Baroni
REGISTRAZIONE Simone Sciumbata
MIXAGGIO Enrico Solazzo
EDIZIONI E DISTRIBUZIONE Jazzy Records / DistroKid